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Aggiornamenti di stato pubblicati da pierreroche

  1. Sperpero di spirito in vergognoso scempio
    è la lussuria in atto;
     
    e finché esso dura, lussuria
    è spergiura, assassina, violenta, carica d'infamia,
    selvaggia, estrema, brutale, crudele, sleale;

    non appena goduta, subito disprezzata,
    oltre ragion ambita e, non appena avuta,

    oltre ragion odiata, come esca inghiottita
    di proposito messa per render pazzo chi vi abbocca:

    furiosa nel desìo e furiosa nel possesso,
    sfrenata nel ricordo, nel godimento e brama;

    delizia nell'orgasmo seguita da miseria,
    un piacere ambito vestito d'illusione.

    Il mondo ben conosce tutto questo, ma nessuno sa
    sfuggir quel paradiso che guida a questo inferno.
     

    SHAKESPEARE

     
     
    l’eros, che è desiderio allusivo, passione, tenerezza, intuizione della bellezza, fascino, attrazione, fantasia, gioco dell’apparire e dello sparire, del velarsi e dello svelarsi. L’eros lascia, come nei testi poetici, ampi spazi bianchi che ciascuno colma con la sua creatività, con l’invenzione, l’intuizione, la proiezione verso significati ulteriori. 
     
     

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  2.  

    Devo tornare a casa mia,
    devo tornare a casa mia.
    Non insegnarmi un'altra via,
    devo tornare a casa mia.
     
    Quello che conta nella vita
    è aver qualcosa tra le dita.
    E l'entusiamo di un momento,
    sì, dura un giorno, forse cento.
     
    Ma prima o poi deve finire
    una sciocchezza che può morire.
    No, mi dispiace, ma ho paura,
    la vita non è un'avventura,
    e poi a lui che cosa dico?
    Ma non capisci? È mio marito.
     
    Devo tornare a casa mia,
    devo tornare a casa mia.
    Sì, tutto il mondo me lo dice:
    insieme a te non sarò mai felice.
     
    Con te c'è solo da aspettarsi
    tutta una vita di rimorsi.
    E poi che vuoi? Il nostro amore
    è nato solo in poche ore
    e può finire in un momento,
    e può finire, sì, lo sento, ma certo,
     
    è tutto una sciocchezza,
    in fondo sono stata pazza.
    Devo tornare a casa mia
    e il resto è solo una follia.
     
    Devo tornare a casa mia,
    devo tornare a casa mia.
    Non insegnarmi un'altra via,
    devo tornare a casa mia.
     
    No, non parlare, te ne prego,
    io quel che ho detto lo rinnego.
    E poi non fare quel sorriso
    che è così triste sul tuo viso!
     
    E poi adesso cosa fai?
    Ma no, davvero te ne vai?
    Amore, no, forse ho sbagliato!
    Amore, no, non hai capito!
    Se te ne vai, portami via,
    io non ci torno a casa mia.
     
     
  3. Strano come delle volte avvertiamo di piú l'importanza della presenza quando ne viviamo la sua assenza....

  4. – Nel passato se uno aveva un segreto e non voleva
    assolutamente che qualcuno lo sapesse, lo sai che faceva? –

    – Non ne ho la minima idea. –
     

    – Andava in montagna e cercava un albero,
    scavava un buco nel tronco,
    e vi bisbigliava il suo segreto e richiudeva il buco col fango,
    così il segreto non sarebbe stato scoperto mai da nessuno. –

     

    – Ma tu pensa quanta fatica,
    io invece cercherei una donna per raccontarlo e sfogarmi. –

     

    – Non siamo tutti uguali. –
     

    – Dici bene, non siamo tutti uguali,
    io non ho segreti al contrario di te,
    tu invece ti tieni tutto dentro,
    dai su coraggio raccontami qualcosa…
    si tratta di una donna vero? –

     

    – Neanche io ho segreti. –
     

    – Avanti smettila, siamo vecchi amici,
    giuro che non lo dirò a nessuno. –

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    2. fabienne45

      fabienne45

      Si... ora ricordo, vagamente, ma ricordo.

      E' il tuo segreto qual'é?

    3. pierreroche

      pierreroche

      é in queste pagine... ma é segreto tra le tante righe non scritte, non dette... e vissute dentro di me.

    4. fabienne45

      fabienne45

      Ho letto tutto. Almeno ciò che è scritto. 

      Il resto lo lascio al segreto.

      Il tuo segreto sa però di una donna molto fortunata.

  5. Ogni volta che scrivi un incipit, mi metto a leggerlo e rileggerlo con attenzione per ricercare qualche assonanza di noi, dei nostri dialoghi, delle nostre fantasie.

    Certe volte mi accorgo di alcuni dettagli che possono sembrare i nostri, ma forse in realtà è solo una strana fatalità…

    Altre volte leggo qualcosa del tuo passato e penso che poteva appartenerci, ma forse è solo una mia invidia per qualcosa che non ho vissuto…

    Poi ci sono le parole scritte forse con leggerezza, sulle quali tu dici di non dare peso, ma sulle quali qualcuno un peso ce lo mette…  ...ed io finisco stupidamente per ingelosirmi….

    Ci sono quelle parole piene di desiderio, che anche se non lo sono, io le faccio mie, le rendo nostre, avidamente…

    ...perché mi piace pensare di poter essere all’interno di ogni tuo desiderio.

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  6. Il castigo

     

    Non ti avevo mai vista alla guida.

    C'eri tu al posto del conducente in quel momento, le mani strette sul volante della tua macchina nuova.

    La strada aveva qualche disconnessione di carreggiata a tratti per colpa dello sterrato, altre volte causa dei dossi spuntati dalle radici. Dei grandissimi pini secolari ci accompagnavano sull’orlo del tragitto.

    La campagna si apriva verso un’area incontaminata naturale e si riempiva di colori in fiore. L’orizzonte si univa alla distesa di un prato verde. Il tuo maneggio abituale distava ancora pochi chilometri; eri solita trascorrere qualche pomeriggio con il tuo cavallo.

    L’abbigliamento che indossavi era tipico dell’occasione a differenza mia che ero solo un visitatore curioso delle tue passioni. La tua camicia era bianca e aderente; aveva un colletto orientale alto che tu lasciavi sbottonato fino alla quarta asola. Eri solita e abituata a fare così, dicevi che il tuo décolleté era una delle tue parti migliori e su questo fatto, più di una volta, il mio sguardo interessato e affascinato te ne aveva data piena certezza. Il cotone era di un candido ancora più bianco alla luce primaverile; aderiva ad ogni tua forma rafforzandola voluminosamente.

    Sopra portavi una giacca di velluto blu sbottonata per guidare più comoda. Il pantalone colore fango attaccava perfettamente ad ogni tua piega. Aveva il rinforzo interno demarcato da delle cuciture che tratteggiavano la particolarità dello stile. In parte il pantalone veniva coperto da dei stivali di pelle alti fino al ginocchio. Quel tuo abbigliamento ti faceva molto più risoluta del solito e metteva forse troppa evidenza di rigore verso ciò che disapprovavi:

    – Non dovresti scrivermi di notte soprattutto se sei stanco di giornata! –

    – Beh scusami, ma stanotte avevo un’ora in più da recuperare per via del cambio d’orario legale –

    – Rischi poi di addormentarti nel momento in cui dovresti essere più sveglio, a quel punto mi arrabbierei davvero – mentre mi pronunciavi queste parole imboccavi la stradina d’ingresso del ranch facendo sobbalzare l’auto da una cunetta.

    – e se poi ti arrabbi che fa? – te lo dicevo con intenzione di sfida pur non comprendendo se effettivamente in quel momento fossi alterata davvero o se stessi solo scherzando con indifferenza.

    Per un attimo rimanevi in silenzio. Il mio sguardo rivolgeva verso il tuo per nulla condizionato dal mio e attento nell’ultima manovra. La mia insolenza unita anche forse ad un maliziosa provocazione non trovava sosta: – quindi? Se ti arrabbi che fai? –

    Improvvisamente frenavi di colpo parcheggiando l’auto. Per il terreno sconnesso le ruote presero a slittare sull’ultimo metro. Un polverone di coda si alzava dietro i nostri retrovisori.

    Ora eri tu a cercare il mio sguardo allarmato dalla frenata; ti voltavi verso di me con una risposta secca e coraggiosa:

    – ti metterò in castigo, chiaro? –

    Lo riferivi tra il serioso e un leggero ghigno di sorriso che non lasciava intendere cosa stavi mai tramando nella mente. Lo stavi dicendo con ironia? E se fosse un rimprovero o un’intimazione? Deformazione professionale pensavo, da maestra, ma allo stesso tempo iniziai a valutare, in maniera del tutto sciocco e inappropriato, un intento malizioso della ipotetica penitenza.

    – beh allora dipende tutto dal castigo – provavo a risponderle con chiara istigazione.

    Dopo essere scesa la tua portiera si chiudeva bruscamente; che ti fossi innervosita sul serio? Ragionavo dentro di me rispetto a quanto poco ti conoscevo.

    Io uscivo più prudentemente e cautamente mi avvicinavo a te seguendoti, mentre ti ridirigevi verso la scuderia. Il tuo passo era sostenuto, gli stivali battevano a terra con vigore.

    Non cercavo di raggiungerti, ti tenevo a due metri. Un po’ perché non avevo ancora intuito lo stato d’animo della tua conversazione, un po’ perché quel pantalone da fantino ti stava magnificamente indosso e non volevo di certo perdermi il movimento dei fianchi che ondulavano poco sotto la giacca.

    – mi stai guardando il culo? –

    – Cosa? – rispondevo quasi incredulo perché forse era la prima volta che ti rivolgevi così a me.

    – mi sembra che tu abbia bisogno di una lezione –

    Poco dopo eravamo nella scuderia.
    Il profumo del fieno era inebriante; il suono del respiro vivo dei cavalli interrompeva a tratti il silenzio. La fila dei box ai lati rimanevano taluni aperti e altri chiusi. Lo zoccolo dei tuoi stivali risuonava lungo il corridoio andando a sfumare rispetto al mio passo. Ti avevo per un attimo perduta nel momento che arretravo per scorgere meglio i cavalli. Alcuni erano bianchi, bruni… altri neri. Non mi ero mai interessato a questo mondo e non conoscevo affatto nulla di tutto ciò.

    E’ avvenuto verso la metà del corridoio, in un istante nel quale ero affacciato ad uno scomparto vuoto, che improvvisamente avvertivo una energica frustata sui glutei. Nel momento che mi sono girato ti ho vista con il tuo frustino in mano stretto dai guanti neri.

    – ma che fai? Ma sei pazza? Mi hai fatto male! –

    Nel vederti così non pensavo altro che indietreggiare mentre tu all’opposto venivi avanti, sempre più, pressandomi volontariamente verso l’interno del box e chiudendoti così alle spalle l’unico varco di uscita.

    – ma che fai? Ma sei impazzita? –

    – te l’ho detto, mi sembra che tu abbia bisogno proprio di essere ben educato –

    Nei pochi passi che mi rimanevano per addossarmi ad un angolo, agitavi la frusta davanti a me, lanciandomi qualche colpetto sulle gambe e sulle braccia, ma erano più leggere rispetto alla prima per la quale ero ancora indolenzito. In quel momento mi accorgevo che avevi anche un sottile sogghigno sulle labbra, un dettaglio che mi rassicurava su una volontà meno dolente rispetto a quanto sembravi asserire inizialmente.
    Allo stesso tempo, oltre ad agitare il frustino, mi accorgevo che con una mano facevi saltare ulteriormente qualche altro bottone della tua camicetta scoprendo ancora di più la fenditura di pelle tra i due seni che si spalancava senza nulla indosso. I capezzoli rimaneva invece coperti sotto il cotone e nella penombra si poteva scorgere visibilmente la punta del loro fermento.

    Arrivato in fondo alla stanza, l’ombra si faceva più fitta e lasciava alludere a quel lato d’oscurità che oltre ad essere caratteristica di quel frangente, lo era anche in corrispondenza alle nostre personalità e ai nostri intenti.

    Con le spalle ormai al muro facevi l’ultimo passo verso me con il tuo corpo quasi pungendomi con i tuoi capezzoli a punta. Alzavi la frusta con l’estremità del cuoio portando la linguetta sotto il mio mento. Con quel fare ancora sinistro e risoluto avvicinavi il viso a pochi centimetri da me. Gli occhi erano affamati.

    In quel momento capivo che c’era una sola volontà e in pochissimo tempo il silenzio fu rotto dal tuo ultimo invito: – sei pronto per la penitenza? –

     

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    1. ghostnick0

      ghostnick0

      Però un frustino da equitazione non lascia indolenziti!  ;)

    2. pierreroche

      pierreroche

      immagino che possa dipendere dalla forza che una persona ci mette....

      non lo so...

      ....sei tu l'esperta....

      ....di equitazione intendo.... 🙂

  7. L'amore che parla di sé in un bello sguardo

    la percezione in cui mi perdo

    è l'oltre mare di un assurdo 'sì'

     

    L'amore che arriva con movenze lente

    qui sotto gli occhi della gente

    mi parla con voce tremante...

     

    Sì... Illudendo, lusingando

    Incantando e come danzando

    afferra le mani

     

    Sì... affrettando, ansimando, provocando

    e tutto abbreviando, come adorando

     

    Ti amo tanto e ti sento arrossendo e impallidendo,

    quasi morendo, sì...

     

    L'amore che trafigge me 

    lascia che dica:

    "Non so cos'è, non lo so mica, ma credo in te, dolce nemica... Sì...."

     

    (Paolo Conte)

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  8. Questo uomo sul treno posa lo sguardo oltre il finestrino.
    E' qui davanti a me e finisco per studiarlo attraverso il suo riflesso.

    Ha un'aria nostalgica, forse malinconica.
    Fuori piove, a dirotto.

    Lo sguardo é perso nel grigio; me ne accorgo dal fatto che alberi, case, macchine sfrecciano davanti ai suoi occhi senza provocare distrazione alcuna.

    I suoi occhi sono quelli della mente.
    Varcano ogni possibile orizzonte, ogni cosa materiale.

    É lo sguardo dell'anima quello li.

    Quello sguardo che cerca nell'infinito l'inconsistenza di una realtá.

    Quest'uomo varca chilometri di etere per riuscire a raggiungere un pensiero profondo.

    Forse un pensiero caro, forse indispensabile alla sua vita, forse tanto inseguito e forse tanto illusorio.

    Che cosa sta cercando quest'uomo?

  9. Sono forse medesime le sensazioni, le mie e le tue.

    Una luce bluette illumina il trionfo.

    Un leggero vento, di un temporale eluso, soffia sui tuoi capelli quieti.

    La folla accresce ogni possibile disillusione.

    Su una nota provo ad inseguire con lo sguardo le tue sfumature.

    Ricerco una logica a questo desiderio sconfinato, ma senza riuscire a comprenderla.

    Sento la presenza della tua anima ancora più forte ora che sei a pochi passi da me.

    Le nostre anime quasi si sfiorano… le nostre anime si circoscrivono nella piazza...

    forse loro hanno avuto la possibilità di accarezzarsi…

    di sentirsi, di stringersi…. di perdersi…

  10. Il buio

     

    – Ho notato che mi hai assecondato sull’indossare la mia camicia –

    – E’ vero, ero restia inizialmente, ma poi ho deciso di fare la ragazzina ubbidiente –

    – Mi chiedo fino a che punto tu possa essere così disponibile –

    – Dovremmo provare per saperlo entrambi, non trovi? –

    Il sussurro delle parole si perdevano nel buio, cosi intimo e cosi al riparo.

    Ti sentivi bene e ti sentivi mia. Quella sensazione di oscurità ti faceva pensare a tanti significati.

    Ti faceva pensare al mio lato nascosto, quello che forse non conoscevi ancora. Ti faceva pensare alla tua zona buia, quella che anche tu non comprendevi ancora, ma che sentivi emergere in te in quell’istante, ora che trovavi protezione nella condizione favorevole di un’ombra.

    Sì - quel buio in qualche modo ti intimidiva e ti proteggeva.

    L’oscurità ti facilitava lasciando emergere quella parte di te, quel tuo alter-ego, che non avevi mai liberato prima.

    – Cosa vuoi che faccia per te? Dimmi… –

    Nel momento che pronunciavi quelle parole, mi sentivo conferire un ruolo al quale non volevo in nessun modo rinunciare. Non ho impiegato molto tempo a pensare cosa volessi. Nell’immaginario volevo vivere, condividere con te, uno dei tanti momenti che ci tenevano durante la distanza vicini, uniti. Volevo lasciartelo fare in quel momento, dove potevo avvertire il tuo respiro, ascoltare le tue parole… e offrirti il vantaggio del buio.

    – Siediti sulla poltrona e allarga le gambe per me, in modo che io possa vedere –

    Non ti sei neppure domandata come avrei potuto vederti in assenza totale della luce. Non te lo sei chiesta perché intendevi qual era il mio gioco: pensare di osservarti, senza violare il tuo pudore e la tua timidezza.

    Sentivo il suono dei tuoi tacchi che con due passi indietro si allontanavano da me. Io intanto mi sedevo comodo sull’angolo del letto, cercando di capire attraverso i suoni la direzione verso la quale avrei dovuto guardarti.

    – Allarga le gambe per me e scosta gli slip, voglio guardartela… –

    Non parlavi, sottostavi… e sentivo il suono del cotone muoversi e il battere dell’elastico sulla pelle. Immaginavo quanto doveva essere bello pensarti li, distesa sulla poltrona morbida, con il lembo scostato delle tue mutandine e una gamba poggiata sul bracciolo e un’altra sospesa in aria. Potevo solo immaginarlo.

    – Va bene così? Mi stai guardando? –

    – Sì, ti sto guardando, mi sto godendo lo spettacolo… –

    – Sono brava? –

    Mi sono alzato nel buio per avvicinarmi alla tua voce e dopo un passo avvertivo premere la punta sospesa del tuo tacco sui miei jeans. In quel contatto, piantavi entrambi i piedi per trovare una posizione più comoda.

    – Continua così, lo sai che sei proprio brava e ubbidiente… –

    Dal movimento che calcavi su di me si poteva intuire che ti stavi frugando, coccolando con le mani la fenditura umida e rosea della tua carne. Lo capivo anche dal rumore; era un missaggio di suoni alternati, tra un tono umido di un succo spremuto e una vibrazione di un corpo pressato. Il suono era anche accompagnato dai tuoi spasimi che non contenevi per l’eccitazione.

    Anche l’odore era intrigante, tra la tua fragranza di Casmir e l’aroma dell’eccitazione.

    – Sono tutta un lago… guarda… sono tutta un lago per te… –

    Le tue gambe si dimenavano tra le contrazioni e la voglia di avvinghiarmi. Il suono del tuo piacere si faceva sempre più intenso; voleva pronunciarmi qualcosa che rimaneva trattenuto nelle labbra per il tuo insensato pudore.

    Il piacere viaggiava verso un limite osteggiato solo dalla tua intransigenza. Pensavo che ti piaceva andare oltre ogni violazione, verso la trasgressione, provare a varcare quei confini con me, che fino a quel momento ero riuscito ad accompagnarti distesa su quella poltrona. Ma io non avevo intnzione alcuna di sollecitare una decisione che volevo fosse solamente tua.

    E mentre con una mano accarezzavo con un gesto tenero e delicato le tue caviglie, un avviso inaspettato e complice accese il tuo cellulare poco distante.

    La luce debole lasciava intravedere appena i miei e i tuoi occhi. Si guardarono per la prima volta e per alcuni secondi. I tuoi erano spalancati e avidi. I miei rincuoranti e austeri. Nel momento successivo, mentre provavo a abbandonare la tua vista per contemplare l’amore tra le tue gambe, la luce si spense fatalmente.

    E io ricordo bene che in quel secondo non feci in tempo a guardarti, ma nell’istante dopo, tutto quello che mi sembrava ormai destinato, fu ridiretto dalla tua volontà, dal tuo coraggio e dalle tue parole:

    – Accendi la luce… ti prego… accendi la luce e guardami… –

     

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  11. Il mio ingresso

     

    Ero entrato nell’appartamento poco in anticipo rispetto alle sedici.

    Dopo aver chiuso la porta alle spalle, ho udito la tua voce provenire dalla stanza da letto:

    – Sei tu? –

    – Sì sono io, ma rimani li… non muoverti… –

    Come da copione studiato, mi ero avvicinato all’interruttore generale facendolo volontariamente scattare. Un abile gesto, programmato e allo stesso tempo per te inaspettato.

    Volevo che fosse così il nostro primo incontro: ‘al buio’ – nel termine abituale del nostro frangente – e anche: ‘nel buio’ – a figurare ancora di più la situazione che avevamo creato.

    – …ehi ma che succede? –

    – devo aver fatto saltare la luce, non ti muovere rimani lì che controllo – Cercavo di rassicurarti e rasserenarti, ma le mie intenzioni erano ben diverse e ben stimolanti.

    Sapevo bene come muovermi nella mia casa, anche nell’oscurità più completa. Le imposte non davano esito ad un barlume di luce; non c’erano luci di emergenza o spie luminose. La mia direzione non era di certo quella verso il contatore; mi avvicinavo lentamente nel senso della stanza facendomi strada con una mano lungo la parete.

    – sono io tesoro, non preoccuparti – te lo dicevo a pochi metri ormai da te, mentre ancora mi muovevo per provare a trovarti.

    – ma la luce? –

    – l’ho spenta, lasciala così, …dove sei? –

    – ma che succede? Cosa stai facendo? – Su questi tuoi incerti interrogativi finalmente trovavo il contatto con te e ti prendevo per una mano.

    – sono qui, non preoccuparti, se vuoi la riaccendo o se vuoi fidarti di me… la lasciamo così, ma dimmi tu… cosa vorresti fare? –

    Nel tuo silenzio ambiguo e nell’oscurità di quell’istante, prendevo la tua mano e l’alzavo per poterle dare un bacio. In quel momento rimanevi dubbia tra timore di non sapere e il piacere di poterti affidare.

    Te lo ripetevo: – dunque? Accendo la luce? –

    Esitavi ad una facile e possibile risposta.

    Volevi forse rispondermi infastidita: – cosa stai facendo, voglio vederti! – forse pensavi a qualche inganno. Potevi anche pensare che potessi non essere io, ma la voce lo era, era quella che tu conoscevi molto bene.

    – ma sicuro che sei tu? …ma sei tu? – me lo ripetevi con un sorriso, divertita, mentre muovevi le mani su di me per cercare i lineamenti del mio viso. Riprendevi il possesso dei segni di riconoscimento, i capelli che mi accarezzavi, gli occhiali, il naso… le mie labbra, che le disegnavi con un dito.

    E proprio sulle labbra stesse sentivi ormai ogni tua certezza.

    – si sei tu, queste sono le tue labbra –

    – inconfondibili? – ma non sono riuscito neppure a pronunciarlo quell’interrogativo del tutto che in un attimo ti ho sentito stringerti a me e un'istante dopo che le tue labbra prendevono a baciarmi assecondate e compiaciute di quel momento.

     

     

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  12. Il soggiorno inaspettato

     

    Ti avevo proposto di vederci in quell'appartamento che affittavo giornalmente. Potevi essere tranquillamente un’ospite fra tanti e nessuno poteva sospettare qualcosa sul nostro piano.

    Ti avevo mandato le istruzioni per il check-in come normalmente avveniva per ogni prenotazione:

    – Puoi ritirare le chiavi in via Enrico del Pozzo al Bar Marconi dal proprietario Lorenzo, ti offrirà un caffè e ti consegnerà il pacchetto con dentro le istruzioni; seguile diligentemente. –

    All'interno del pacchetto nero le istruzioni non erano tuttavia quelle abituali; non spiegavano di certo le regole dell'appartamento, erano riformulate su misura rispetto al nostro incontro e soprattutto erano reinventate con attenzione a te.

    Il Bar Marconi sapeva di tabacco e spezie. Al posto del caffè avevi preso del tè nero.

    Lorenzo dall'altra parte del bancone ti aveva domandato qualcosa con la sua solita curiosità e forse anche incalzando dell'interesse verso una donna che veniva a soggiornare sola. La cosa ti aveva alquanto infastidita e glissavi risposte per tagliar corto, cercando di non dare allusioni a proseguire. Tu non eri lì per nessuno se non per me.

    – Ringrazi il proprietario per il tè di benvenuto, ci terrei che lo venga a sapere –

    Lo dicevi trattenendo l’ironia dentro di te, un’ironia in quel momento affine solo ad un pensiero occultato che custodivi in te molto scrupolosamente.

    Avevi salutato Lorenzo incamminandoti così verso il civico dell’alloggio.

    Nel pacchetto appena aperto erano presenti due chiavi: una verde del portone condominiale, l'altra blu per la porta dell'appartamento a destra del secondo piano.

    Appena entrata prendevi un momento l’orientamento ricollegando immagini ed oggetti che avevi visto in foto con gli spazi circostanti che ora sfioravi; le mie fotografie, i libri, i quadri, tutto un po’ sapeva di me.

    Lasciavi la tua borsa e il tuo paltò sulla poltrona per avvicinarti al tavolo e svuotare il pacchetto frettolosamente e mettere mani alle istruzioni ancora da leggere.

    I quattro lati del fogliettino si aprivano con fretta curiosità tra le tue mani.

    “Apri l’armadio in camera e troverai una sola cosa: una mia camicia.
    Vorrei che tu la indossassi e per il resto lascio fare a te…
    Chiuditi a chiave. Togli le chiavi dalla serratura, io entrerò con le mie.
    Non aprire le imposte, lascia tutto chiuso come hai trovato.
    Aspettami comoda in camera da letto; arrivo alle 16.00 in punto.”

    Leggevi quelle parole dapprima un po’ titubante e subito dopo con un senso di eccitazione e strana remissività. Ti trovavi in una situazione nuova. Mai avevi pensato a come ti potesse accendere l’idea di darti delle istruzioni da seguire con dedizione.

    Nel momento che aprivi l’armadio e ti ritrovarti davanti la mia camicia appesa, hai iniziato a riflettere se dovevi farlo oppure no. A te piaceva portare sulla pelle le mie camicie; me lo avevi svelato più di una volta e più di una volta lo raccontavi come una tua particolare fantasia e allora perché privartene in un momento come quello dove tutto era possibile?

    Non hai esitato ulteriormente.

    Hai iniziato con condiscendenza a sbottonare il tuo vestito intero per ritrovarti indosso solo il mio cotone che cadeva come una sottana sopra i tuoi slip. Hai ricalzato le scarpe Décolleté con disciplina per farti trovare ancora più accattivante e in po’ semplicemente perché ti infastidiva sentire il freddo pavimento sotto piedi.

    Davi l’ultimo sguardo all’orologio da muro che segnava ormai le 15.50.

    Ti sedevi paziente ed impaziente ad attendermi.

     

     

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    1. ghostnick0

      ghostnick0

      È talmente reale che chiudendo gli occhi sembra di poter immaginare i protagonisti del racconto... 

    2. pierreroche

      pierreroche

      ...continua in più atti...

    3. ghostnick0

      ghostnick0

      Li aspetterò con curiosità 


  13. Incapace di percepire la forma di Te,

    ti trovo tutto intorno a me.

    La tua presenza mi riempie gli occhi del tuo bene,

    umilia il mio cuore, perché tu sei ovunque.

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    1. ghostnick0

      ghostnick0

      Un film bellissimo 

  14. “…peccato che non mi ricordo dei sogni perché credo che in tutte queste notti tu stai accompagnando i miei...”

  15. Io sento di fare l'amore con te anche quando parliamo del tempo che fa, quando parliamo della musica, quando parliamo di una vacanza, quando parliamo del tuo cane o quando stiamo in silenzio e non parliamo e non diciamo più nulla.

    Quando il tempo suona di un respiro, suona di parole non dette e suona di parole fraintese.

    Allora è proprio lì che sento di essere in te, quando ci allontaniamo e poi ci riprendiamo, quando per un istante rischiamo di perderci, ma poi prendiamo freneticamente a ricercarci.

    Allora è proprio lì che avverto di averti con me, quando sento quella tua paura che sa solo di una grande emozione, poiché non esiste legame che non abbia un sottile senso di timore, timore di sbagliare, timore di perdersi, timore che tutto sia accaduto…

    …timore di chiedersi come possa essere successo tutto questo...

    …timore che si chiede se è giusto, se sia sbagliato… un timore che secondo me si fa troppe domande sempre.

    Un timore che può essere preceduto solo dalla fiducia, quella che deve nascere, che deve accrescere attraverso il tempo e la conoscenza l'uno dell'altra.

    Quando ci fideremo di noi, non ci sarà suono che ci disturberà, non esisterà più equivoco, ci sarà solo comprensione e devozione l’uno per l’altro.

    E se ancora è presto per fidarci… allora affidiamoci a questo volerci bene… perché è solo - di farci del bene - che stiamo parlando.

     

    Te lo sussurro ancora una volta: Ti voglio bene... e ti voglio....

     

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    1. fabienne45

      fabienne45

      Queste sono -parole- che qualsiasi donna sognerebbe di sentirsi dire almeno una volta nella vita!

  16. “ Io un confine non lo so vedere
    Sai che non mi piace dare un limite, un nome alle cose
    Lo trovi pericoloso e non sai come prendermi, mi dici
    Ma non so se ti credo
    Senza tutta questa fretta mi ameresti davvero? “

     

    1. ghostnick0

      ghostnick0

      È una poesia in musica 

  17. È il senso di appartenenza che ti porta a avvertire un sapore differente per ogni gesto;

    È il sentimento che riconduce ogni passione ad un’azione nobile;

    È il cuore che rilascia il nullaòsta agli impulsi, ai desideri, alle fantasie, alle smanie… senza riserve per i ripensamenti;

    È l’animo che crea una dimensione per viversi, un limbo nel quale accogliere ogni possibile emozione senza rimorsi;

    Tante emozioni tutte insieme e tanti pensieri che ci travolgono e a fatica riusciamo a mettere ordine i concetti e le sensazioni.

    Siamo qui, con le nostre due vite, sulle quali spostando gli addendi i risultati non cambiano mai.

    Due vite differenti, ma per entrambi sospese.

    Eppure non lo avevamo mai pensato prima dell’istante che inaspettatamente è accaduto.

    La sensazione di appartenere ad un quotidiano ci porta ad entrambi all'interno di una vita del tutto serena trascinata dalla grande futilità del senso moderno.

    Abbiamo tutto quello che forse non avevamo mai necessità di desiderare in un'altra era.

    Sono un uomo realizzato, un dirigente a poco più di 45 anni, ho una casa, bella, grande, ho una famiglia, sto bene con la salute, faccio una vita mondana… anche troppo mondana come tu ironizzi e sorridi con affetto…

    Sei una donna realizzata, anche tu all’interno di un contesto favorevole, una bella famiglia, un lavoro appagante e a contatto con il senso umano, un uomo realizzato accanto a te, nel contesto di in un meraviglioso paradiso naturale, sei così bella…

    Ci deriderebbero in molti; altri ci criticherebbero perché tutto sommato è vero che le scontentezze della vita sono ben altre che le nostre. Vite desiderate e invidiate da molti.

    Allora penso che non è questione di condizione, allora penso solo che doveva succedere e basta.

    Voglio pensare che non esiste una causa, un pretesto… un movente per scagionare la nostra innocenza.

    È successo e non mi fermo.

    Non ho bisogno di sentirmi nel giusto, non ho necessità di pensare di essere responsabile, non sono puro, non sono onesto… non mi interessa cosa sono… non sono è basta… non mi interessa….

    Ora voglio solo pensare che sono con te, che sono per te…

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  18. Non serve a niente di particolare

    Solo tornare a pensare che tutto è bello e speciale

    Non si dice mai, ma voglio impegnarmi

    Salvare un pezzo di cuore

    Io non vivo senza sogni e tu sai che è così

    E perdonami se sono forte, sì

    E se poi sono anche fragile

     

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    1. ghostnick0

      ghostnick0

      Una canzone meravigliosa 

    2. pierreroche

      pierreroche

      si... é bellissima... Rebecca...

  19.  

    Gli acrobati

     

    Ora è tempo per quella peripezia

    quando ti gridai: “ti prendo”

    e tu, in un'improvvisa staccata

    senza rete e senza pubblico

    ti lasciasti andare

    in quel volo ribelle

    afferrandoti stretta a me

    in un volteggio così deciso.

     

    Il nostro spettacolo ora è aperto

    ha scelto di unirci

    in questo fremito acrobatico

    dove, su altalene legate al cielo

    dondoliamo e volteggiamo

    nel perfetto contrappeso

    di desiderio e d’amplesso.

     

    Legati a queste vite parallele

    dove avvertiamo in continuazione

    un’oscillazione emotiva

    sappiamo un'altra volta ancora

    che potremmo tentare

    un nuovo salto mortale

    con la certezza di non precipitare mai

    già indubbi a liberarci

    nelle nostre peripezie passionali.

     

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  20. Gli Equilibristi

     

    E’ un crocevia di sensi

    questo equilibrio costante

    di sentimento e sensualità.

     

    Il tenerti sul mio petto

    compiacerti tra le leghe dei tuoi capelli mossi

    questi cuori che sussultano

    anche dentro corpi distesi in ozio.

     

    L’essere avvinghiato tra le tue gambe

    e sentirne il calore, il liquido di desiderio

    questi cuori che non reggono d’emozione

    questi occhi chiusi nell’amplesso.

     

    E unirsi lasciandosi dominare dagli istinti

    quando ti afferro per i capelli

    e mi senti ovunque

    quando vuoi che sia tuo

    e non mi lasci respiro per tornare ad essere mio.

     

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  21. Desidererei ancora scriverti,

                 ma se ti scrivessi, dopo, mi coglierebbe un differente desiderio:

                 quello di chiamarti;

     

    se poi ti chiamassi, dopo, mi coglierebbe un secondo desiderio:

                 quello di vederti;

     

    e se ti dovessi mai vedere, dopo, mi prenderebbe un altro desiderio:

                 quello di toccarti;


    se ti toccassi, mi giungerebbe un desiderio ancora:

                 quello di baciarti;


    ma se ti baciassi, dopo, ci sarebbe un nuovo desiderio

                 quello di fare l'amore con te;


    ma se ti amassi, dopo, mi finirei per un ancora desiderio:

                 quello di viverti

                 di viverti per sempre.

     

    1. ghostnick0

      ghostnick0

      Scrivi sempre cose bellissime 

    2. pierreroche

      pierreroche

      sono per te e tu lo sai...

  22. ...forse non dovrei lasciarmi prendere così...

    ...forse non potrei promettere di più...

    Sembrava non mancasse nulla nella mia vita, eppure continuo in ogni istante a ricercarti....

    In alcuni momenti credo di essere inopportuno, in altri forse che sto un po' esagerando...

    Provo a cercare un 'perché', ma poi finisco sempre per trascurarlo....

    Sento di volere di più, ma ho paura che potremmo farlo...

    Sento di volertelo dire, ma ho paura di perdere qualcosa...

    Ho voglia di chiudere gli occhi e perdermi ancora nel tuo bacio...

    Ho voglia di te senza dovermi spiegare del perché...

  23. Oggi c’è il sole, la giornata è di una primavera ormai esplosa ideale per una gita fuoriporta Milano.

    – farà caldo al lago? Se indosso le calze con una rete ampia le gambe respireranno –

    Quello che mi piace di Lei e la sensualità nella sua naturalezza d’espressione, frasi semplici, sintetiche, sempre pronunciate senza furbizia, ma nell’assoluta confidenza del nostro rapporto amicale.

    – Mi allacci la collana? –

    I suoi capelli sono di color londra che diviene ancora più particolare nelle giornate così piene di luce. Anche le unghie in giornate come queste sono colorate di azzurro.

    Oggi indossa un vestito di lino e una camicia con un disegno d’edera blu che si ramifica su un corpo sempre troppo incontenibile. La tela aderisce a quelle rotondità contenendole, ma l’impressione è quella di una corporatura trattenuta che voglia improvvisamente venire fuori dai vestiti ed esporsi a nudo, come un’esplosione imprevedibile, che renda libera la forma agli occhi e ai desideri della natura.

    Il suo stile è tra lo stravagante e l’elegante. In giornate così non fa a meno di portare qualcosa di aperto, di arioso come ad esempio un ricamo a filo o uno spacco.

    Io a differenza sono tra il classico e il casual, un po' retró. Quando siamo vicini la dissonanza è evidente, ma questa differenza di look che abbiamo, non intacca in alcun modo la nostra ambiguia armonia.

    Tra le vie ogni uomo la guarda e questo mi crea imbarazzo, ancora di più quando lei passeggia tenendosi sottobraccio.

    Sono io difatti a non sentirmi mai al sicuro quando sono fuori al pubblico, lei  é piú non curante e riconduce sempre un po' tutto alla nostra amicizia; io ci leggo sempre molta piu malizia.

    I suoi atteggiamenti vanitosi fanno di tutto per ingannare la folla rispetto a quanto una donna sravagante, possa camminare con un uomo classico accanto; di questo contrasto lei si compiace, la diverte e me ne rende così partecipe senza trattenere alcun segreto.

    Io questa situazione invece la subisco un poco, forse perché mi imbarazza e un po’ perché i suoi gesti sono una recitazione che vede sempre lei come prima protagonista ed io come semplice comparsa sottoposta ad una sceneggiatura (sempre improvvisata)... Basta pensare a tutte le volte che mi chiede di aiutarla nel salire o scendere su un tragitto disagevole, dove sul fine corsa, con un’espressione di fatica conclusa – uff… finalmente! – si sbilancia con le sue protuberanze su di me, qualche volta anche atterrando per essere frenata, fino ad abbracciarmi, baciarmi sul viso, soddisfatta del mio aiuto premuroso  – …se non ci fossi tu Pierre…! –

    I suoi seni si schiacciano spesso su di me qualche volta sbuffo tra fastidio ed eccitazione. Nelle salite altre volte mi precedere mettendomi in una situazione di coprirle la rotondità posteriore, lei stessa mi dice –  stammi dietro, molto vicino, altrimenti mi guardano – e io le ubbidisco sottostando alla vicinanza lussuriosa del suo didietro che si muove al ritmo dei gradini, anche troppo davanti ai miei occhi, ma sempre molto lentamente come fosse una danza.

    Ma dove le riesce di più di esprimere questa sua vanità di possesso, davanti agli altri è nella fotografia. Questo è il suo spasso preferito, mettersi in una posa e chiedendomi di fotografarla. Nelle pose mi accorgo che mentre io la inquadro con la macchina fotografica, altri si soffermano a fotografarla con gli occhi che divengono teleobiettivi prolungati di desiderio.

    Quanto ci gioca in questo! Nelle sue performance da esibizionista, facendo sempre credere a tutti che quegli spacchi, quei ricami che spesso si intravedono siano solo una disattenzione.

    Allora il rituale è sempre il medesimo: le faccio un cenno, lei abbassa lo sguardo e poi porta una mano di scatto a ricoprirsi un dettaglio uscito sotto la stoffa alzata dal vento; esclama – oh accipicchia, mi si vede tutto! – io sorrido, lei mi fa la linguaccia dove fuoriesce evidente il piercing, poi strizza un occhio sorridendomi come per dirmi – L’ho fatto apposta – e quando mi volto allora vedo la faccia colpita di un qualche passante a cui ha voluto attirare la sua attenzione.

    Non posso che sentirmi allegro, la giornata comunque è magnifica...

    Da questo promontorio il panorama verso il lago è incantevole. Il senso di leggerezza di questa giornata è in equilibrio con tutto il senso di spensieratezza che vivo in questi momenti con lei.

    Il vento muove questa leggerezza, soffia attraverso le sue gambe e la rete delle calze, raccontando che non è di certo oggi il tempo dei 'se' dei 'ma' dei 'perchè o i 'percome'; questo è il tempo di una serenità di cui entrambi necessitiamo e su cui vogliamo che questa unione tra noi si fondi; fosse anche per distogliere qualche brutto pensiero che nel quotidiano ci turba.

    – Ancora uno scatto? –

     

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  24. La nostra azienda può giocare un ruolo di supporto per la Girelli & Company, promuovendo un modello organizzativo all’interno del dipartimento trasporti e operando per una ricostruzione del team di lavoro più efficiente e sinergico.

    L’obiettivo è infatti potenziare a livello organizzativo le funzioni interne alla logistica e inglobare all’interno del CETRI attività che prima erano esclusive di altre strutture (es. SOFT), ricostruendo al contempo anche un legame forte con il gruppo di lavoro del commerciale.

    Progetti condivisi, progettazione integrata…e....

    ….e….

    …e… dove ero rimasto nella mia relazione da scrivere….?

    …e… ho voglia di scrivere questa relazione?

    …e… penso a te…

    …e …mi si annebbia la vista…

    …e…. improvvisamente cambio la mia scena, e mi viene da prendere a scrivere… mi proietto....

    ... improvvisamente mi sveglio…

    …non è una di quelle scene nel sonno che di soprassalto uno si sveglia da un sogno, no... è esattamente il contrario; io mi sveglio - mi sveglio dal quotidiano all'interno di un sogno.

    Il contesto così non è quello del mio ufficio, della mia scrivania…

    Sono in una casa che non riconosco, ma è come se l’orientamento l’avessi nella memoria e in breve lasso di tempo recupero qulla sensazione di cognizione e appartenenza propria del sogno.

    Tutto l’ambiente diventa così familiare e nostro.
    Nostro nel senso di mio e suo, perché so già che lei è qui, nelle stanze, nel mio sogno.

    Mi sveglio dicevo e sono in un letto, somiglia al risveglio di una qualsiasi mattina di domenica.
    La luce passa tra le finestre di questa stanza shabby, bianca, con le tende che fanno un leggero movimento mosse da un’aria impalpabile.

    C’è un tiepido clima che sembra voler preannunciare la conclusione di una stagione fredda e l’apertura della prossima primaverile. E’ tutto in penombra, si sente il rumore di una lavatrice nel mio dormiveglia e l’acuta interpretazione di una musica di James Last.

    Mi alzo e mi avvio verso il bagno. Il corridoio è illuminato dalle finestre laterali. Alle pareti quadri riprendono dettagli di lei – fotografie in bianco e nero dei suoi capelli, dei suoi occhi… dei suoi fianchi… delle sue gambe – che li abbia scattati io?

    Ho i piedi scalzi, il pavimento è freddo. La camicia del pigiama ha i bottoni aperti… l’aria mattutina che soffia nel corridoio mi risveglia come beccandomi il petto.

    Arrivo allo specchio e mi guardo la barba incolta – so che a lei non piace.
    Prendo il rasoio e cerco il barattolo di sapone Panama.

    Sul mobile non c’è.

    Controllo nella pochette che utilizzo per i viaggi, che l’avessi lasciata a Mestre?

    Non c’è.

    Poi mi accorgo che anche il pennello da barba non è al suo posto e ricordo benissimo di averlo visto la sera precedente. Mi riavvio verso il corridoio per andare nel bagno di Rebecca.

    Oltre la porta a vetro piombato si nota il muoversi delle sue ombre corporee; busso delicatamente e le parlo dall'uscio sottile:

    – hai visto per caso il mio sapone e pennello da barba? –
    – Li ho presi io… vieni, entra pure… –

    Si lascia così sorprendere in accappatoio con le creme aperte sullo sgabello il legno, un piede si sorregge sulla vasca mente le mani massaggiano la parte superiore della gamba, come se tutto fosse naturale come sempre.
    – Guarda è li, te li ho presi in prestito stamattina, non potevo svegliarti… dormivi così bene: Buongiorno! – lo dice con un sorriso ed un timbro di rimprovero per il mio solito difetto: irruzione senza prima aver la gentile educazione di salutare.

    Il pennello è bagnato e il barattolo ha un residuo di schiuma bianca sulla scritta.
    – ma da quando in qua ti fai la barba? – Le dico con un ironico timbro su un risolino accennato, ma non riuscendo bene a comprendere perché non avesse utilizzato la sua ceretta abituale.

    – da stamattina… erano folti e li ho tagliati tutti… – mi risponde.
    – ma non usi la ceretta? –
    Mi guarda e poi scoppia a ridere – sai che dolore...!

    Ride, ma io non capisco.
    Dopo le risa, chiude il coperchio della crema aprendo invece qualche altra lozione oleosa. Abbassa la gamba destra trattenuta fino in quel momento variando sulla sinistra che si alza a raggiungere l’orlo della vasca da bagno.

    In quel preciso istante l’accappatoio si apre leggermente sull’inguine scoprendo il triangolo nudo e latteo di contrasto con l’abbronzatura. Improvvisamente riesco a ricollegare tutto; l’inguine non ha può alcun pelo, è nitido, pallido, mostra distintamente la fenditura rosa, carnosa. 

    Poi improvvisamente Rebecca si alza dando una stretta alla cinta di spugna. Distolgo lo sguardo imbarazzato per il tempo in cui sono rimasto intontito.

    Si avvicina… abbracciandomi da prima sul collo e poi toccando il dito la mia barba.

    – Ora vai a toglierti questa barba così trascurata e comunque grazie! Non ti dispiace se lo prenderò in prestito ancora vero? E’ un’ottima schiuma e poi il pennello massaggia divinamente bene…  –

    Esce verso la casa… mentre io rimango imbambocciato e con il solito senso di assoluto disagio, con il pennello ed un barattolo in mano.

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    1. ghostnick0

      ghostnick0

      Bellissimo questo tuo racconto 

      mi piace come hai descritto i dettagli, e mi immagino la tua espressione scoprendo l’uso del tuo pennello da barba :)

      È tutto molto delicato e al tempo stesso sensuale, grazie per questo regalo 😘

  25. Sentire che puoi colmare quel leggero senso di solitudine quotidiana in un'esistenza....

    ...e sentirsi comunque, sempre, anche nel profondo di una giornata di lungo silenzio...