• Uomo
  • Milano (MI)
  • Ultima Visita

Su di me

  • Occhi
    Marroni
  • Capelli
    Castano scuro

Mi piace un sacco

Sport Libri Cinema Musica Tv e Serie Tv Cucina Viaggi Running Calcetto Ballo Yoga Arte Moda Fotografia HI-Tech Natura e Animali Videogiochi

Visite recenti

1147 visite al Profilo

Chi seguo Vedi tutti

MyBlog

Crea gratis il tuo blog in Wordpress e guadagna con Google AdSense

Apri il tuo Blog

I miei Blog

    Gestisci blog

    Genio

    Ad ogni domanda una risposta.
    Cosa desideri sapere?

    Fai una domanda

    Le mie domande

    Le mie risposte

      Vedi tutto

      Forum

      Lancia il tuo Forum condividi informazioni idee e opinioni

      Apri forum

      Le mie discussioni

        I miei post

          Vedi tutto

          Siti

          Scegli il tema che preferisci,
          personalizzalo come vuoi e sei subito online!

          Crea il tuo sito gratis

          Il mio sito

            Forum Box

            1. Strano come delle volte avvertiamo di piú l'importanza della presenza quando ne viviamo la sua assenza....

            2. – Nel passato se uno aveva un segreto e non voleva
              assolutamente che qualcuno lo sapesse, lo sai che faceva? –

              – Non ne ho la minima idea. –
               

              – Andava in montagna e cercava un albero,
              scavava un buco nel tronco,
              e vi bisbigliava il suo segreto e richiudeva il buco col fango,
              così il segreto non sarebbe stato scoperto mai da nessuno. –

               

              – Ma tu pensa quanta fatica,
              io invece cercherei una donna per raccontarlo e sfogarmi. –

               

              – Non siamo tutti uguali. –
               

              – Dici bene, non siamo tutti uguali,
              io non ho segreti al contrario di te,
              tu invece ti tieni tutto dentro,
              dai su coraggio raccontami qualcosa…
              si tratta di una donna vero? –

               

              – Neanche io ho segreti. –
               

              – Avanti smettila, siamo vecchi amici,
              giuro che non lo dirò a nessuno. –

              2019-04-19_16h30_41.jpg

              1. fabienne45

                fabienne45

                Mi ricorda qualcosa questo dialogo...

              2. pierreroche

                pierreroche

                É un dialogo tratto da un film: in the Mood for love - forse hai visto il film...

              3. fabienne45

                fabienne45

                Si... ora ricordo, vagamente, ma ricordo.

                E' il tuo segreto qual'é?

            3. Ogni volta che scrivi un incipit, mi metto a leggerlo e rileggerlo con attenzione per ricercare qualche assonanza di noi, dei nostri dialoghi, delle nostre fantasie.

              Certe volte mi accorgo di alcuni dettagli che possono sembrare i nostri, ma forse in realtà è solo una strana fatalità…

              Altre volte leggo qualcosa del tuo passato e penso che poteva appartenerci, ma forse è solo una mia invidia per qualcosa che non ho vissuto…

              Poi ci sono le parole scritte forse con leggerezza, sulle quali tu dici di non dare peso, ma sulle quali qualcuno un peso ce lo mette…  ...ed io finisco stupidamente per ingelosirmi….

              Ci sono quelle parole piene di desiderio, che anche se non lo sono, io le faccio mie, le rendo nostre, avidamente…

              ...perché mi piace pensare di poter essere all’interno di ogni tuo desiderio.

              2019-04-14_19h41_49.jpg

            4. Il castigo

               

              Non ti avevo mai vista alla guida.

              C'eri tu al posto del conducente in quel momento, le mani strette sul volante della tua macchina nuova.

              La strada aveva qualche disconnessione di carreggiata a tratti per colpa dello sterrato, altre volte causa dei dossi spuntati dalle radici. Dei grandissimi pini secolari ci accompagnavano sull’orlo del tragitto.

              La campagna si apriva verso un’area incontaminata naturale e si riempiva di colori in fiore. L’orizzonte si univa alla distesa di un prato verde. Il tuo maneggio abituale distava ancora pochi chilometri; eri solita trascorrere qualche pomeriggio con il tuo cavallo.

              L’abbigliamento che indossavi era tipico dell’occasione a differenza mia che ero solo un visitatore curioso delle tue passioni. La tua camicia era bianca e aderente; aveva un colletto orientale alto che tu lasciavi sbottonato fino alla quarta asola. Eri solita e abituata a fare così, dicevi che il tuo décolleté era una delle tue parti migliori e su questo fatto, più di una volta, il mio sguardo interessato e affascinato te ne aveva data piena certezza. Il cotone era di un candido ancora più bianco alla luce primaverile; aderiva ad ogni tua forma rafforzandola voluminosamente.

              Sopra portavi una giacca di velluto blu sbottonata per guidare più comoda. Il pantalone colore fango attaccava perfettamente ad ogni tua piega. Aveva il rinforzo interno demarcato da delle cuciture che tratteggiavano la particolarità dello stile. In parte il pantalone veniva coperto da dei stivali di pelle alti fino al ginocchio. Quel tuo abbigliamento ti faceva molto più risoluta del solito e metteva forse troppa evidenza di rigore verso ciò che disapprovavi:

              – Non dovresti scrivermi di notte soprattutto se sei stanco di giornata! –

              – Beh scusami, ma stanotte avevo un’ora in più da recuperare per via del cambio d’orario legale –

              – Rischi poi di addormentarti nel momento in cui dovresti essere più sveglio, a quel punto mi arrabbierei davvero – mentre mi pronunciavi queste parole imboccavi la stradina d’ingresso del ranch facendo sobbalzare l’auto da una cunetta.

              – e se poi ti arrabbi che fa? – te lo dicevo con intenzione di sfida pur non comprendendo se effettivamente in quel momento fossi alterata davvero o se stessi solo scherzando con indifferenza.

              Per un attimo rimanevi in silenzio. Il mio sguardo rivolgeva verso il tuo per nulla condizionato dal mio e attento nell’ultima manovra. La mia insolenza unita anche forse ad un maliziosa provocazione non trovava sosta: – quindi? Se ti arrabbi che fai? –

              Improvvisamente frenavi di colpo parcheggiando l’auto. Per il terreno sconnesso le ruote presero a slittare sull’ultimo metro. Un polverone di coda si alzava dietro i nostri retrovisori.

              Ora eri tu a cercare il mio sguardo allarmato dalla frenata; ti voltavi verso di me con una risposta secca e coraggiosa:

              – ti metterò in castigo, chiaro? –

              Lo riferivi tra il serioso e un leggero ghigno di sorriso che non lasciava intendere cosa stavi mai tramando nella mente. Lo stavi dicendo con ironia? E se fosse un rimprovero o un’intimazione? Deformazione professionale pensavo, da maestra, ma allo stesso tempo iniziai a valutare, in maniera del tutto sciocco e inappropriato, un intento malizioso della ipotetica penitenza.

              – beh allora dipende tutto dal castigo – provavo a risponderle con chiara istigazione.

              Dopo essere scesa la tua portiera si chiudeva bruscamente; che ti fossi innervosita sul serio? Ragionavo dentro di me rispetto a quanto poco ti conoscevo.

              Io uscivo più prudentemente e cautamente mi avvicinavo a te seguendoti, mentre ti ridirigevi verso la scuderia. Il tuo passo era sostenuto, gli stivali battevano a terra con vigore.

              Non cercavo di raggiungerti, ti tenevo a due metri. Un po’ perché non avevo ancora intuito lo stato d’animo della tua conversazione, un po’ perché quel pantalone da fantino ti stava magnificamente indosso e non volevo di certo perdermi il movimento dei fianchi che ondulavano poco sotto la giacca.

              – mi stai guardando il culo? –

              – Cosa? – rispondevo quasi incredulo perché forse era la prima volta che ti rivolgevi così a me.

              – mi sembra che tu abbia bisogno di una lezione –

              Poco dopo eravamo nella scuderia.
              Il profumo del fieno era inebriante; il suono del respiro vivo dei cavalli interrompeva a tratti il silenzio. La fila dei box ai lati rimanevano taluni aperti e altri chiusi. Lo zoccolo dei tuoi stivali risuonava lungo il corridoio andando a sfumare rispetto al mio passo. Ti avevo per un attimo perduta nel momento che arretravo per scorgere meglio i cavalli. Alcuni erano bianchi, bruni… altri neri. Non mi ero mai interessato a questo mondo e non conoscevo affatto nulla di tutto ciò.

              E’ avvenuto verso la metà del corridoio, in un istante nel quale ero affacciato ad uno scomparto vuoto, che improvvisamente avvertivo una energica frustata sui glutei. Nel momento che mi sono girato ti ho vista con il tuo frustino in mano stretto dai guanti neri.

              – ma che fai? Ma sei pazza? Mi hai fatto male! –

              Nel vederti così non pensavo altro che indietreggiare mentre tu all’opposto venivi avanti, sempre più, pressandomi volontariamente verso l’interno del box e chiudendoti così alle spalle l’unico varco di uscita.

              – ma che fai? Ma sei impazzita? –

              – te l’ho detto, mi sembra che tu abbia bisogno proprio di essere ben educato –

              Nei pochi passi che mi rimanevano per addossarmi ad un angolo, agitavi la frusta davanti a me, lanciandomi qualche colpetto sulle gambe e sulle braccia, ma erano più leggere rispetto alla prima per la quale ero ancora indolenzito. In quel momento mi accorgevo che avevi anche un sottile sogghigno sulle labbra, un dettaglio che mi rassicurava su una volontà meno dolente rispetto a quanto sembravi asserire inizialmente.
              Allo stesso tempo, oltre ad agitare il frustino, mi accorgevo che con una mano facevi saltare ulteriormente qualche altro bottone della tua camicetta scoprendo ancora di più la fenditura di pelle tra i due seni che si spalancava senza nulla indosso. I capezzoli rimaneva invece coperti sotto il cotone e nella penombra si poteva scorgere visibilmente la punta del loro fermento.

              Arrivato in fondo alla stanza, l’ombra si faceva più fitta e lasciava alludere a quel lato d’oscurità che oltre ad essere caratteristica di quel frangente, lo era anche in corrispondenza alle nostre personalità e ai nostri intenti.

              Con le spalle ormai al muro facevi l’ultimo passo verso me con il tuo corpo quasi pungendomi con i tuoi capezzoli a punta. Alzavi la frusta con l’estremità del cuoio portando la linguetta sotto il mio mento. Con quel fare ancora sinistro e risoluto avvicinavi il viso a pochi centimetri da me. Gli occhi erano affamati.

              In quel momento capivo che c’era una sola volontà e in pochissimo tempo il silenzio fu rotto dal tuo ultimo invito: – sei pronto per la penitenza? –

               

              2019-04-12_09h31_33.jpg

              1. ghostnick0

                ghostnick0

                Però un frustino da equitazione non lascia indolenziti!  ;)

              2. pierreroche

                pierreroche

                immagino che possa dipendere dalla forza che una persona ci mette....

                non lo so...

                ....sei tu l'esperta....

                ....di equitazione intendo.... 🙂

            5. L'amore che parla di sé in un bello sguardo

              la percezione in cui mi perdo

              è l'oltre mare di un assurdo 'sì'

               

              L'amore che arriva con movenze lente

              qui sotto gli occhi della gente

              mi parla con voce tremante...

               

              Sì... Illudendo, lusingando

              Incantando e come danzando

              afferra le mani

               

              Sì... affrettando, ansimando, provocando

              e tutto abbreviando, come adorando

               

              Ti amo tanto e ti sento arrossendo e impallidendo,

              quasi morendo, sì...

               

              L'amore che trafigge me 

              lascia che dica:

              "Non so cos'è, non lo so mica, ma credo in te, dolce nemica... Sì...."

               

              (Paolo Conte)

              2019-04-12_17h33_11.jpg

            6. Questo uomo sul treno posa lo sguardo oltre il finestrino.
              E' qui davanti a me e finisco per studiarlo attraverso il suo riflesso.

              Ha un'aria nostalgica, forse malinconica.
              Fuori piove, a dirotto.

              Lo sguardo é perso nel grigio; me ne accorgo dal fatto che alberi, case, macchine sfrecciano davanti ai suoi occhi senza provocare distrazione alcuna.

              I suoi occhi sono quelli della mente.
              Varcano ogni possibile orizzonte, ogni cosa materiale.

              É lo sguardo dell'anima quello li.

              Quello sguardo che cerca nell'infinito l'inconsistenza di una realtá.

              Quest'uomo varca chilometri di etere per riuscire a raggiungere un pensiero profondo.

              Forse un pensiero caro, forse indispensabile alla sua vita, forse tanto inseguito e forse tanto illusorio.

              Che cosa sta cercando quest'uomo?

            7. Sono forse medesime le sensazioni, le mie e le tue.

              Una luce bluette illumina il trionfo.

              Un leggero vento, di un temporale eluso, soffia sui tuoi capelli quieti.

              La folla accresce ogni possibile disillusione.

              Su una nota provo ad inseguire con lo sguardo le tue sfumature.

              Ricerco una logica a questo desiderio sconfinato, ma senza riuscire a comprenderla.

              Sento la presenza della tua anima ancora più forte ora che sei a pochi passi da me.

              Le nostre anime quasi si sfiorano… le nostre anime si circoscrivono nella piazza...

              forse loro hanno avuto la possibilità di accarezzarsi…

              di sentirsi, di stringersi…. di perdersi…

            8. Il buio

               

              – Ho notato che mi hai assecondato sull’indossare la mia camicia –

              – E’ vero, ero restia inizialmente, ma poi ho deciso di fare la ragazzina ubbidiente –

              – Mi chiedo fino a che punto tu possa essere così disponibile –

              – Dovremmo provare per saperlo entrambi, non trovi? –

              Il sussurro delle parole si perdevano nel buio, cosi intimo e cosi al riparo.

              Ti sentivi bene e ti sentivi mia. Quella sensazione di oscurità ti faceva pensare a tanti significati.

              Ti faceva pensare al mio lato nascosto, quello che forse non conoscevi ancora. Ti faceva pensare alla tua zona buia, quella che anche tu non comprendevi ancora, ma che sentivi emergere in te in quell’istante, ora che trovavi protezione nella condizione favorevole di un’ombra.

              Sì - quel buio in qualche modo ti intimidiva e ti proteggeva.

              L’oscurità ti facilitava lasciando emergere quella parte di te, quel tuo alter-ego, che non avevi mai liberato prima.

              – Cosa vuoi che faccia per te? Dimmi… –

              Nel momento che pronunciavi quelle parole, mi sentivo conferire un ruolo al quale non volevo in nessun modo rinunciare. Non ho impiegato molto tempo a pensare cosa volessi. Nell’immaginario volevo vivere, condividere con te, uno dei tanti momenti che ci tenevano durante la distanza vicini, uniti. Volevo lasciartelo fare in quel momento, dove potevo avvertire il tuo respiro, ascoltare le tue parole… e offrirti il vantaggio del buio.

              – Siediti sulla poltrona e allarga le gambe per me, in modo che io possa vedere –

              Non ti sei neppure domandata come avrei potuto vederti in assenza totale della luce. Non te lo sei chiesta perché intendevi qual era il mio gioco: pensare di osservarti, senza violare il tuo pudore e la tua timidezza.

              Sentivo il suono dei tuoi tacchi che con due passi indietro si allontanavano da me. Io intanto mi sedevo comodo sull’angolo del letto, cercando di capire attraverso i suoni la direzione verso la quale avrei dovuto guardarti.

              – Allarga le gambe per me e scosta gli slip, voglio guardartela… –

              Non parlavi, sottostavi… e sentivo il suono del cotone muoversi e il battere dell’elastico sulla pelle. Immaginavo quanto doveva essere bello pensarti li, distesa sulla poltrona morbida, con il lembo scostato delle tue mutandine e una gamba poggiata sul bracciolo e un’altra sospesa in aria. Potevo solo immaginarlo.

              – Va bene così? Mi stai guardando? –

              – Sì, ti sto guardando, mi sto godendo lo spettacolo… –

              – Sono brava? –

              Mi sono alzato nel buio per avvicinarmi alla tua voce e dopo un passo avvertivo premere la punta sospesa del tuo tacco sui miei jeans. In quel contatto, piantavi entrambi i piedi per trovare una posizione più comoda.

              – Continua così, lo sai che sei proprio brava e ubbidiente… –

              Dal movimento che calcavi su di me si poteva intuire che ti stavi frugando, coccolando con le mani la fenditura umida e rosea della tua carne. Lo capivo anche dal rumore; era un missaggio di suoni alternati, tra un tono umido di un succo spremuto e una vibrazione di un corpo pressato. Il suono era anche accompagnato dai tuoi spasimi che non contenevi per l’eccitazione.

              Anche l’odore era intrigante, tra la tua fragranza di Casmir e l’aroma dell’eccitazione.

              – Sono tutta un lago… guarda… sono tutta un lago per te… –

              Le tue gambe si dimenavano tra le contrazioni e la voglia di avvinghiarmi. Il suono del tuo piacere si faceva sempre più intenso; voleva pronunciarmi qualcosa che rimaneva trattenuto nelle labbra per il tuo insensato pudore.

              Il piacere viaggiava verso un limite osteggiato solo dalla tua intransigenza. Pensavo che ti piaceva andare oltre ogni violazione, verso la trasgressione, provare a varcare quei confini con me, che fino a quel momento ero riuscito ad accompagnarti distesa su quella poltrona. Ma io non avevo intnzione alcuna di sollecitare una decisione che volevo fosse solamente tua.

              E mentre con una mano accarezzavo con un gesto tenero e delicato le tue caviglie, un avviso inaspettato e complice accese il tuo cellulare poco distante.

              La luce debole lasciava intravedere appena i miei e i tuoi occhi. Si guardarono per la prima volta e per alcuni secondi. I tuoi erano spalancati e avidi. I miei rincuoranti e austeri. Nel momento successivo, mentre provavo a abbandonare la tua vista per contemplare l’amore tra le tue gambe, la luce si spense fatalmente.

              E io ricordo bene che in quel secondo non feci in tempo a guardarti, ma nell’istante dopo, tutto quello che mi sembrava ormai destinato, fu ridiretto dalla tua volontà, dal tuo coraggio e dalle tue parole:

              – Accendi la luce… ti prego… accendi la luce e guardami… –

               

              download (2).jpg

            9. Il mio ingresso

               

              Ero entrato nell’appartamento poco in anticipo rispetto alle sedici.

              Dopo aver chiuso la porta alle spalle, ho udito la tua voce provenire dalla stanza da letto:

              – Sei tu? –

              – Sì sono io, ma rimani li… non muoverti… –

              Come da copione studiato, mi ero avvicinato all’interruttore generale facendolo volontariamente scattare. Un abile gesto, programmato e allo stesso tempo per te inaspettato.

              Volevo che fosse così il nostro primo incontro: ‘al buio’ – nel termine abituale del nostro frangente – e anche: ‘nel buio’ – a figurare ancora di più la situazione che avevamo creato.

              – …ehi ma che succede? –

              – devo aver fatto saltare la luce, non ti muovere rimani lì che controllo – Cercavo di rassicurarti e rasserenarti, ma le mie intenzioni erano ben diverse e ben stimolanti.

              Sapevo bene come muovermi nella mia casa, anche nell’oscurità più completa. Le imposte non davano esito ad un barlume di luce; non c’erano luci di emergenza o spie luminose. La mia direzione non era di certo quella verso il contatore; mi avvicinavo lentamente nel senso della stanza facendomi strada con una mano lungo la parete.

              – sono io tesoro, non preoccuparti – te lo dicevo a pochi metri ormai da te, mentre ancora mi muovevo per provare a trovarti.

              – ma la luce? –

              – l’ho spenta, lasciala così, …dove sei? –

              – ma che succede? Cosa stai facendo? – Su questi tuoi incerti interrogativi finalmente trovavo il contatto con te e ti prendevo per una mano.

              – sono qui, non preoccuparti, se vuoi la riaccendo o se vuoi fidarti di me… la lasciamo così, ma dimmi tu… cosa vorresti fare? –

              Nel tuo silenzio ambiguo e nell’oscurità di quell’istante, prendevo la tua mano e l’alzavo per poterle dare un bacio. In quel momento rimanevi dubbia tra timore di non sapere e il piacere di poterti affidare.

              Te lo ripetevo: – dunque? Accendo la luce? –

              Esitavi ad una facile e possibile risposta.

              Volevi forse rispondermi infastidita: – cosa stai facendo, voglio vederti! – forse pensavi a qualche inganno. Potevi anche pensare che potessi non essere io, ma la voce lo era, era quella che tu conoscevi molto bene.

              – ma sicuro che sei tu? …ma sei tu? – me lo ripetevi con un sorriso, divertita, mentre muovevi le mani su di me per cercare i lineamenti del mio viso. Riprendevi il possesso dei segni di riconoscimento, i capelli che mi accarezzavi, gli occhiali, il naso… le mie labbra, che le disegnavi con un dito.

              E proprio sulle labbra stesse sentivi ormai ogni tua certezza.

              – si sei tu, queste sono le tue labbra –

              – inconfondibili? – ma non sono riuscito neppure a pronunciarlo quell’interrogativo del tutto che in un attimo ti ho sentito stringerti a me e un'istante dopo che le tue labbra prendevono a baciarmi assecondate e compiaciute di quel momento.

               

               

              df0d1de942c0dd4548c6738926d06cb7.jpg

            10. Il soggiorno inaspettato

               

              Ti avevo proposto di vederci in quell'appartamento che affittavo giornalmente. Potevi essere tranquillamente un’ospite fra tanti e nessuno poteva sospettare qualcosa sul nostro piano.

              Ti avevo mandato le istruzioni per il check-in come normalmente avveniva per ogni prenotazione:

              – Puoi ritirare le chiavi in via Enrico del Pozzo al Bar Marconi dal proprietario Lorenzo, ti offrirà un caffè e ti consegnerà il pacchetto con dentro le istruzioni; seguile diligentemente. –

              All'interno del pacchetto nero le istruzioni non erano tuttavia quelle abituali; non spiegavano di certo le regole dell'appartamento, erano riformulate su misura rispetto al nostro incontro e soprattutto erano reinventate con attenzione a te.

              Il Bar Marconi sapeva di tabacco e spezie. Al posto del caffè avevi preso del tè nero.

              Lorenzo dall'altra parte del bancone ti aveva domandato qualcosa con la sua solita curiosità e forse anche incalzando dell'interesse verso una donna che veniva a soggiornare sola. La cosa ti aveva alquanto infastidita e glissavi risposte per tagliar corto, cercando di non dare allusioni a proseguire. Tu non eri lì per nessuno se non per me.

              – Ringrazi il proprietario per il tè di benvenuto, ci terrei che lo venga a sapere –

              Lo dicevi trattenendo l’ironia dentro di te, un’ironia in quel momento affine solo ad un pensiero occultato che custodivi in te molto scrupolosamente.

              Avevi salutato Lorenzo incamminandoti così verso il civico dell’alloggio.

              Nel pacchetto appena aperto erano presenti due chiavi: una verde del portone condominiale, l'altra blu per la porta dell'appartamento a destra del secondo piano.

              Appena entrata prendevi un momento l’orientamento ricollegando immagini ed oggetti che avevi visto in foto con gli spazi circostanti che ora sfioravi; le mie fotografie, i libri, i quadri, tutto un po’ sapeva di me.

              Lasciavi la tua borsa e il tuo paltò sulla poltrona per avvicinarti al tavolo e svuotare il pacchetto frettolosamente e mettere mani alle istruzioni ancora da leggere.

              I quattro lati del fogliettino si aprivano con fretta curiosità tra le tue mani.

              “Apri l’armadio in camera e troverai una sola cosa: una mia camicia.
              Vorrei che tu la indossassi e per il resto lascio fare a te…
              Chiuditi a chiave. Togli le chiavi dalla serratura, io entrerò con le mie.
              Non aprire le imposte, lascia tutto chiuso come hai trovato.
              Aspettami comoda in camera da letto; arrivo alle 16.00 in punto.”

              Leggevi quelle parole dapprima un po’ titubante e subito dopo con un senso di eccitazione e strana remissività. Ti trovavi in una situazione nuova. Mai avevi pensato a come ti potesse accendere l’idea di darti delle istruzioni da seguire con dedizione.

              Nel momento che aprivi l’armadio e ti ritrovarti davanti la mia camicia appesa, hai iniziato a riflettere se dovevi farlo oppure no. A te piaceva portare sulla pelle le mie camicie; me lo avevi svelato più di una volta e più di una volta lo raccontavi come una tua particolare fantasia e allora perché privartene in un momento come quello dove tutto era possibile?

              Non hai esitato ulteriormente.

              Hai iniziato con condiscendenza a sbottonare il tuo vestito intero per ritrovarti indosso solo il mio cotone che cadeva come una sottana sopra i tuoi slip. Hai ricalzato le scarpe Décolleté con disciplina per farti trovare ancora più accattivante e in po’ semplicemente perché ti infastidiva sentire il freddo pavimento sotto piedi.

              Davi l’ultimo sguardo all’orologio da muro che segnava ormai le 15.50.

              Ti sedevi paziente ed impaziente ad attendermi.

               

               

              2019-04-07_19h22_27.jpg

              1. ghostnick0

                ghostnick0

                È talmente reale che chiudendo gli occhi sembra di poter immaginare i protagonisti del racconto... 

              2. pierreroche

                pierreroche

                ...continua in più atti...

              3. ghostnick0

                ghostnick0

                Li aspetterò con curiosità 


            11. Incapace di percepire la forma di Te,

              ti trovo tutto intorno a me.

              La tua presenza mi riempie gli occhi del tuo bene,

              umilia il mio cuore, perché tu sei ovunque.

              shape-water.jpg

              1. ghostnick0

                ghostnick0

                Un film bellissimo 

            12. “…peccato che non mi ricordo dei sogni perché credo che in tutte queste notti tu stai accompagnando i miei...”

            13. Io sento di fare l'amore con te anche quando parliamo del tempo che fa, quando parliamo della musica, quando parliamo di una vacanza, quando parliamo del tuo cane o quando stiamo in silenzio e non parliamo e non diciamo più nulla.

              Quando il tempo suona di un respiro, suona di parole non dette e suona di parole fraintese.

              Allora è proprio lì che sento di essere in te, quando ci allontaniamo e poi ci riprendiamo, quando per un istante rischiamo di perderci, ma poi prendiamo freneticamente a ricercarci.

              Allora è proprio lì che avverto di averti con me, quando sento quella tua paura che sa solo di una grande emozione, poiché non esiste legame che non abbia un sottile senso di timore, timore di sbagliare, timore di perdersi, timore che tutto sia accaduto…

              …timore di chiedersi come possa essere successo tutto questo...

              …timore che si chiede se è giusto, se sia sbagliato… un timore che secondo me si fa troppe domande sempre.

              Un timore che può essere preceduto solo dalla fiducia, quella che deve nascere, che deve accrescere attraverso il tempo e la conoscenza l'uno dell'altra.

              Quando ci fideremo di noi, non ci sarà suono che ci disturberà, non esisterà più equivoco, ci sarà solo comprensione e devozione l’uno per l’altro.

              E se ancora è presto per fidarci… allora affidiamoci a questo volerci bene… perché è solo - di farci del bene - che stiamo parlando.

               

              Te lo sussurro ancora una volta: Ti voglio bene... e ti voglio....

               

              download (2).jpg

              1. fabienne45

                fabienne45

                Queste sono -parole- che qualsiasi donna sognerebbe di sentirsi dire almeno una volta nella vita!

            14. “ Io un confine non lo so vedere
              Sai che non mi piace dare un limite, un nome alle cose
              Lo trovi pericoloso e non sai come prendermi, mi dici
              Ma non so se ti credo
              Senza tutta questa fretta mi ameresti davvero? “

               

              1. ghostnick0

                ghostnick0

                È una poesia in musica 

            15. È il senso di appartenenza che ti porta a avvertire un sapore differente per ogni gesto;

              È il sentimento che riconduce ogni passione ad un’azione nobile;

              È il cuore che rilascia il nullaòsta agli impulsi, ai desideri, alle fantasie, alle smanie… senza riserve per i ripensamenti;

              È l’animo che crea una dimensione per viversi, un limbo nel quale accogliere ogni possibile emozione senza rimorsi;

              Tante emozioni tutte insieme e tanti pensieri che ci travolgono e a fatica riusciamo a mettere ordine i concetti e le sensazioni.

              Siamo qui, con le nostre due vite, sulle quali spostando gli addendi i risultati non cambiano mai.

              Due vite differenti, ma per entrambi sospese.

              Eppure non lo avevamo mai pensato prima dell’istante che inaspettatamente è accaduto.

              La sensazione di appartenere ad un quotidiano ci porta ad entrambi all'interno di una vita del tutto serena trascinata dalla grande futilità del senso moderno.

              Abbiamo tutto quello che forse non avevamo mai necessità di desiderare in un'altra era.

              Sono un uomo realizzato, un dirigente a poco più di 45 anni, ho una casa, bella, grande, ho una famiglia, sto bene con la salute, faccio una vita mondana… anche troppo mondana come tu ironizzi e sorridi con affetto…

              Sei una donna realizzata, anche tu all’interno di un contesto favorevole, una bella famiglia, un lavoro appagante e a contatto con il senso umano, un uomo realizzato accanto a te, nel contesto di in un meraviglioso paradiso naturale, sei così bella…

              Ci deriderebbero in molti; altri ci criticherebbero perché tutto sommato è vero che le scontentezze della vita sono ben altre che le nostre. Vite desiderate e invidiate da molti.

              Allora penso che non è questione di condizione, allora penso solo che doveva succedere e basta.

              Voglio pensare che non esiste una causa, un pretesto… un movente per scagionare la nostra innocenza.

              È successo e non mi fermo.

              Non ho bisogno di sentirmi nel giusto, non ho necessità di pensare di essere responsabile, non sono puro, non sono onesto… non mi interessa cosa sono… non sono è basta… non mi interessa….

              Ora voglio solo pensare che sono con te, che sono per te…

              38218.jpg