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            1. PRESICCE DURANTE COVID-19

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            2. Mostra afroamericana

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            3. Omaggio agli artisti afroamericani.

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            4. Il fabbro ferraio

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            6. LE PREFICHE

              Avevo appena otto anni, biondino riccioluto e giocavo, solitario, nel giardino della residenza estiva della mia famiglia. Si stava bene perché a Presicce, in quella casa non mancava il cibo che non abbondava a Lecce, a causa dell’evento bellico in atto. Zio Peppino, amministratore della proprietà comune dei fratelli Sigliuzzo (oliveti e vigneti), non ci faceva mancare niente (pane,friselle, olio, fichi secchi e freschi, uva di pergola, uova fresche, qualche pollastra, qualche coniglio e cacciagione).

              Io , solitario , nel giardino retrostante alla nostra abitazione, in compagnia del cane da caccia di zio Peppino, non avevo ancora familiarizzato con i ragazzini del luogo.                                                                                           Si stava bene all’ombra degli alberi di agrumi e della pergola di uva zibibbo che produceva un’uva saporitissima.  Bisognava solo star lontani dagli ortaggi per ordini superiori che non capivo ma ubbidivo.  

              Il silenzio era rotto soltanto dallo stridore delle ruote dei traini di passaggio e da rare voci femminili nelle corti,  e quando il sole era allo zenit, era tutto un frinire delle cicale in amore.

              Il giardino confinava con il retro di abitazioni di braccianti agricoli, veri e propri tuguri che affacciavano gli ingressi su di una corte che sboccava sulla strada comunale. Ogni abitazione era composta di uno/due vani e servizi igienici in comune con tutti gli abitanti della corte, mi correggo l’unico servizio chiamato “cesso”, il tutto in una pietosa promiscuità, familiare e interfamiliare. Promiscuità che , nei momenti tragici della vita  diventava  solidarietà. L’acqua veniva approvvigionata da una fontanina comunale  a più di duecento metri di distanza e , per le donne della corte , non era un diversivo piacevole  trascinarsi fino a cinquanta kili, sia d’estate che d’inverno(capase di terracotta con bocca larga). Disponevano anche di cisterne di acqua piovana  che bevevano e spesso inquinata diffondeva il tifo, a quei tempi incurabile!

              Ho saputo solo da qualche anno che era proibita la migrazione anche interna, i poveri braccianti potevano spostarsi dal proprio comune solo con decreti stagionali. Solo dopo la caduta del fascismo  i poveri braccianti fuggirono in massa in Belgio, in Svizzera ed in Germania.

               

              In una delle mie mattinate solitarie, da una delle finestre con grata che affacciavano nel giardino, uno strano luttuoso pianto mi raggiunse , turbando la mia ingenua solitudine. Mi dissero che era morta la ROSA, una cinquantenne madre di cinque figli, tutti braccianti agricoli. Mi dissero che era morta la ROSA, una cinquantenne, madre di cinque figli, tutti braccianti agricoli. Mi immalinconii e fui incuriosito da quello strano pianto (a tre voci)  ritmato da un singhiozzo monotono e di alta sonorità. All’insaputa di mia madre, uscii da casa e mi infilai nella corte di quei poveracci, mi avvicinai alla fonte sonora del pianto e riuscii a decifrare ciò, che gridavano le tre donne davanti alla Rosa che giaceva in pace su di una brandina decorata con un panno nero. Costoro recitavano a turno molti episodi  sereni e di gioia della sua vita: matrimoni, festività, dolori e piaceri… (te ricordi….?) E tutte insieme ritmavano il singhiozzo che contribuiva a diffondere il caratteristico segnale molto lontano, grazie al massimo silenzio garantito dagli abitanti della corte.

              Quell’episodio mi è rimasto impresso nella memoria, ancora oggi nel momento che scrivo, mi emoziona. Quando passò qualche anno mi dissero che quelle donne venivano chiamate PREFICHE e che era una antichissima usanza consolatoria diffusa nel bacino del mediterraneo.

              Erano gli anni”60, per il mio lavoro di agronomo ero in Basilicata a Senise, era morta la mamma di un mio collaboratore a Chiaromonte . quando ci avvicinammo alla molto modesta casa della defunta, fui attraversato da un brivido: più mi avvicinavo, più forte e chiaro mi investiva un suono che mi aveva turbato  quando ero bambino;  con lo stesso tono e lo stesso ritmo del singhiozzo le PREFICHE piangevano addolorate, la stessa scena del lettino coperto dal drappo nero .

               

              Venti anni dopo ero a Kartum  sull’alto Nilo, precisamente ad Obduman, grande agglomerato dove mercanti di dromedari e di ogni cosa , sopravvivono alla povertà in tuguri costruiti in “banko” ( materiale in argilla cruda). Passando per un vicolo vicino ad una di quelle dimore, con grande stupore ascoltai il pianto delle PREFICHE che rispettava gli stessi ritmi e lo stesso tono della nenia che avevo ascoltato da bambino.

              L’amico che mi accompagnava  mi assicurò che anche in Etiopia aveva ascoltato  simili rituali funerari.  Lui sosteneva che gran parte delle etnie definite“nilotiche” con tratti somatici mediterranei , ma pelle molto scura, sarebbero da considerare,culturalmente mediterranee.

              Mi rammarica il pensiero di non aver potuto conoscere più a fondo questo fenomeno che, per millenni, ha consolato le angosce dell’umanità.

              Mi sarebbe piaciuto presenziare ai riti  dell’oriente e dell’estremo oriente, dell’America latina e via dicendo, non per morbosità, ma per conoscere come reagivano e  reagiscono le varie etnie  al dramma della morte. Mi resta solo la possibilità di constatare che nel mondo mediterraneo ed in particolare in quello occidentale, la MORTE (escluso il caso di quella precoce) non è più un dramma, ma un sereno evento, razionalmente normale  conclusione, nei limiti  biologici della nostra specie; sopravvive soltanto il nostro DNA mischiato nel crogiuolo delle varie etnie. In pratica la specie umana è immortale,  se non distrugge l’ambiente che la fa vivere.

              Chi temporaneamente rimane, ricorda l’estinto in funzione dell’amore che ha profuso in favore del prossimo.

              Bari 8 giugno 2020 achille sigliuzzo

            7. ANNI “50 MISERIA E SPERANZA

              Arde il sole, nel pallido cielo salentino,

              in questo afoso pomeriggio di controra,

              mentre nell’aria soffocante

              vibra un brivido di ricordi.

              Non appare ombra umana

              nella strada di basoli calcarei scottanti,

              segnati da secolari solchi,

              approfonditi dal peso delle ruote dei traini,

              dondolanti sugli assi

              col ritmo del pianto delle prefiche,

              simbolo della fatica contadina

              da sempre malpagata.

              In questa solitudine,

              un’apparizione dolce ed incubosa

              appare all’orizzonte

              e si scioglie nel verde della Svizzera sognata.

              achille sigliuzzo

            8. DENUNCIA

              Ho lavorato per buona parte della mia vita professionale al servizio dell’ENTE per lo Sviluppo dell’Irrigazione e Trasformazione Fondiaria in Puglia, Lucania ed Irpinia.

              Ho partecipato alla programmazione, progettazione, realizzazione e gestione di moltissime infrastrutture pubbliche finanziate dalla Cassa per il Mezzogiorno. In particolare la costruzione e gestione degli impianti irrigui della Puglia che si estendevano per circa 40.000 ha (quarantamila ettari).

              In particolare mi è rimasto più a cuore l’impianto di Conversano-Mola-Polignano di cui oggi mi trovo ad essere utente per un mio piccolo campo in contrada Javarone.

              Quest’oggi sono andato ad assistere alla prima irrigazione della stagione del mio oliveto ed ho scoperto che l’acqua che stavamo usando non era di provenienza dai circa ed oltre trenta pozzi regionali, bensì, di provenienza  da un pozzo di un privato che colma, di solito, le carenze dell’ARIF, Ente della Regine Puglia attuale gestore dell’impianto pubblico di irrigazione.

              Ho chiesto spiegazioni al mio amico confinante e collaboratore, il quale mi ha risposto che la maggior parte delle condotte della zona bassa del comprensorio  irriguo sono quasi perennemente fuori uso a causa delle "continue esplosioni delle condotte" e, l'Agenzia, non dispone di mezzi e fondi per ripararle. Gli ho modestamente spiegato che tali “esplosioni” sono dei comuni “colpi d’ariete” causati dalla volontaria ed irresponsabile esclusione, operata dai tecnici gestori de quibus, dei “torrini piezometrici”, oramai da lungo tempo inutilizzabili (sembrerebbe a causa di mancata manutenzione). I "torrini piezometrici", infatti, sono realizzati allo scopo di garantire la distribuzione idrica negli impianti irrigui ad una pressione costante e continuativa.

              RISULTATI : campagne allagate, strade altrettanto, acqua perduta ecc.  

              EMILIANO, a chi hai consegnato questo patrimonio infrastrutturale? Quali furono i criteri di selezione dei tecnici responsabili della gestione? CHI PAGHERA’ QUESTI DANNI? Mi auguro che non sia chiamata a pagarne le conseguenze la sua mera responsabilità politica.

              Speriamo che la Procura della Repubblica ed in particolare il Procuratore della Corte dei Conti indaghi su questi fatti, sull’ARIF, circa le capacità professionali degli addetti alla gestione di impianti idrici, le assunzioni clientelari, ecc…  rimango disponibile a mettere a disposizione la mia esperienze quarantennale e testimoniare in onore dello spirito di servizio che ha sempre contraddistinto il mio lavoro nella Pubblica Amministrazione.

              Achille Sigliuzzo

            9. AFGHANISTAN -  Alla ricerca della verità

               

              Non pretendo di fare a qualcuno una lezione di storia ( in considerazione delle mie conoscenze in senso assoluto)ma stimolare la ricerca della verità attraverso la conoscenza di alcuni fatti certi : l’intervento bellico Sovietico in Afganistan è durato circa 10 anni, dal 1979 al 1989.

              Questo evento fu ufficialmente richiesto dal Governo Afgano dal Capo di Stato AMIN , motivato dalla richiesta di aiuto contro le violenze degli integralisti Musulmani  sostenuti dai Pakistani.

              L’intervento sovietico non fu ostacolato dall’ONU  poiché rientrava nella spartizione degli accordi di Yalta.

              Durante tutto il decennio  i Mujadin furono riforniti di micidiali armi provenienti dagli Stati Uniti (in nome della difesa della democrazia) ;provocarono centinaia di migliaia di morti nelle file Sovietiche, furono usati persino i cannoni che distrussero i giganteschi BUDDA. La stampa democratica trasmise le notizie senza mai inorridire!

              Nel 1989 Gorbaciov, nella conformità alla Perestrojka, pose fine a questo inutile massacro dei propri soldati.

              Gli Americani, “vittoriosi” invasero l’Afganistan, senza chiedere permesso a nessuno, ed in questa marcia trionfale trascinarono molti ingenui occidentali, tra cui gli italiani !

              RISULTATO : grazie agli abbondanti aiuti in armamenti micidiali (per combattere i Sovietici) i nuovi pacificatori  vivono chiusi nelle caserme, quando escono subiscono pesanti perdite  in vite umane!!!

              COSA IPOTIZZA LA CIA??? : i talebani massacrano gli americani perché “ i servizi segreti RUSSI elargiscono premi per ogni americano ucciso”. Potrebbe essere una ipotesi, da sostenere, una volta individuati i vantaggi, ma la stampa mondiale la porge ai “gonzi” come verità assoluta!

              Non dimentichiamo che, quando gli Stati Uniti aggredirono l’Irak di Saddam Hussein, anche gli italiani di Berlusconi collaborarono per trovare documenti falsi che dimostravano che il Dittatore (subito massacrato) possedeva le armi di distruzione di massa………. Che non esistevano!!!

            10. BCC Marina di Ginosa

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