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            1. Il mio ingresso

               

              Ero entrato nell’appartamento poco in anticipo rispetto alle sedici.

              Dopo aver chiuso la porta alle spalle, ho udito la tua voce provenire dalla stanza da letto:

              – Sei tu? –

              – Sì sono io, ma rimani li… non muoverti… –

              Come da copione studiato, mi ero avvicinato all’interruttore generale facendolo volontariamente scattare. Un abile gesto, programmato e allo stesso tempo per te inaspettato.

              Volevo che fosse così il nostro primo incontro: ‘al buio’ – nel termine abituale del nostro frangente – e anche: ‘nel buio’ – a figurare ancora di più la situazione che avevamo creato.

              – …ehi ma che succede? –

              – devo aver fatto saltare la luce, non ti muovere rimani lì che controllo – Cercavo di rassicurarti e rasserenarti, ma le mie intenzioni erano ben diverse e ben stimolanti.

              Sapevo bene come muovermi nella mia casa, anche nell’oscurità più completa. Le imposte non davano esito ad un barlume di luce; non c’erano luci di emergenza o spie luminose. La mia direzione non era di certo quella verso il contatore; mi avvicinavo lentamente nel senso della stanza facendomi strada con una mano lungo la parete.

              – sono io tesoro, non preoccuparti – te lo dicevo a pochi metri ormai da te, mentre ancora mi muovevo per provare a trovarti.

              – ma la luce? –

              – l’ho spenta, lasciala così, …dove sei? –

              – ma che succede? Cosa stai facendo? – Su questi tuoi incerti interrogativi finalmente trovavo il contatto con te e ti prendevo per una mano.

              – sono qui, non preoccuparti, se vuoi la riaccendo o se vuoi fidarti di me… la lasciamo così, ma dimmi tu… cosa vorresti fare? –

              Nel tuo silenzio ambiguo e nell’oscurità di quell’istante, prendevo la tua mano e l’alzavo per poterle dare un bacio. In quel momento rimanevi dubbia tra timore di non sapere e il piacere di poterti affidare.

              Te lo ripetevo: – dunque? Accendo la luce? –

              Esitavi ad una facile e possibile risposta.

              Volevi forse rispondermi infastidita: – cosa stai facendo, voglio vederti! – forse pensavi a qualche inganno. Potevi anche pensare che potessi non essere io, ma la voce lo era, era quella che tu conoscevi molto bene.

              – ma sicuro che sei tu? …ma sei tu? – me lo ripetevi con un sorriso, divertita, mentre muovevi le mani su di me per cercare i lineamenti del mio viso. Riprendevi il possesso dei segni di riconoscimento, i capelli che mi accarezzavi, gli occhiali, il naso… le mie labbra, che le disegnavi con un dito.

              E proprio sulle labbra stesse sentivi ormai ogni tua certezza.

              – si sei tu, queste sono le tue labbra –

              – inconfondibili? – ma non sono riuscito neppure a pronunciarlo quell’interrogativo del tutto che in un attimo ti ho sentito stringerti a me e un'istante dopo che le tue labbra prendevono a baciarmi assecondate e compiaciute di quel momento.

               

               

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