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Aggiornamenti di stato pubblicati da odessa1920

  1. Finalmente. All’acero sono spuntate le foglie. È riuscito ad agguantare gli squarci di sole sotto questo cielo giaguaro solcato da nubi ed il suo sistema fisiologico gli ha suggerito che era il caso di sbrigarsi: i segni erano sufficienti. E così, senza troppi indugi, ha fatto diligentemente il suo mestiere di albero. Mica si può stare lì a pensarci troppo su, dopotutto le riserve erano quasi esaurite.
    La chioma da magra e trasparente si sta facendo sempre più fitta ed intricata, da grigia e cinerea a verde con tenui riflessi marroni, da esile e slanciata a globosa e panciuta e pian piano i vuoti diventano pieni. Il suo stato di dormienza è terminato, la linfa elaborata torna a pulsare sotto la corteccia e la clorofilla non si lascia sfuggire neppure un fotone. Adesso al più sottile refolo di vento la chioma vibra con tutte le sue foglie nuove nuove. No, non è più lo stesso albero, è decisamente qualcosa di diverso. Coerentemente diverso. Apparentemente diverso.
    E di questo si è accorta pure la gazza: infatti non la vedo più. Ogni tanto si libra nei paraggi con il suo volo oscillante ed incostante, rallenta indecisa, ma non si ferma e prosegue oltre. Il loro sodalizio si è rotto, non si assomigliano più: le foglie occludono la vista all’uccello e l’albero non vuole più intrusi tra i suoi delicati rami.
    La gazza... chissà dove andrà adesso: magari a scrutare orizzonti liberi sulla cima di qualche altro albero ormai morto dove le foglie non spunteranno mai più. Neppure tra cento primavere.

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  2. A volte rido anch'io...

    1. hocuradite

      hocuradite

       

      Per evitare eventuali incomprensioni ti dico che non penso assolutamente che tu possa essere una musona e sempre depressa. Anzi intuisco dalle foto che pubblichi che sei una persona con una caratteristica carica di leggerezza e ironia. Semplicemente sei una persona molto sensibile e con un trascorso di sofferenza ed è inevitabile che si parli spesso ( ma non solo) di cose tristi o malinconiche.
      Ridere in modo efficace dal mio punto di vista è riuscire a farlo mentre ti capita la cosa triste, piuttosto che farlo fra una cosa triste e l'altra. Ti assicuro che ci provo sempre anch'io e non sempre ci riesco. 
      Il giorno che riuscirò a ridere delle mie disgrazie quando accadono sarò per sempre libero e felice.

      Ps: l'immagine che ti ho lasciato l'altra volta è particolare, è sacra, ti lascio il riferimento Wikipedia:   https://it.m.wikipedia.org/wiki/Tārā

  3. Sono oscena e trovo inutile parlare di qualsiasi argomento.
    Non mi innamoro da anni ma non è un problema in quanto la cosa non mi riguarda anche se talvolta mi sfiora ma ormai è sfiorita e non c’è primavera che tenga.
     

    Intanto fuori piove.

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    1. hocuradite

      hocuradite

      C'è una tristezza senza fine in ciò che dici e riflette la nostra condizione umana. Non ha senso consolarti, ma solo dirti che ti capisco e ti sono sono vicino. Nonostante tutto mi piacerebbe riuscire prima o poi a farti ridere.

       

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    2. carromaggior

      carromaggior

      Ti lasci vivere, la vita vive per te. Tu sembri un'osservatrice. Ma osservare serve nel tempo a cambiare.:D

    3. beautifullmind0

      beautifullmind0

      non è indispensabile innamorarsi...

  4. Questo è il dolore della vita:
    che si può essere felici solo in due; 
    e i nostri cuori corrispondono a stelle 
    che non vogliono saperne di noi.
     
    Edgar Lee Masters
     
     
    Non so se si può essere felici solo in due. Io sono stata infelice in due. Sicuramente l'essere da soli non è uno stato di quiete ma uno stato di moto, verso il numero due. Adesso che sono in uno non sono felice, tendo al due, inconsapevolmente, continuamente, anche in modo ossessivo. 
    Il numero due, il fantasma della condivisione, della completezza non mi lascia tregua. Ma è questa la verità!? La via da percorrere? Il senso di ogni vita? Della mia vita? Prima di stare bene in due e di trovare il due devo sbarazzarmi del pensiero del due, un po' come il musicista che prima deve studiare un brano nota per nota, memorizzare la diteggiatura e poi mentre suona deve dimenticare tutto.

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    1. carromaggior

      carromaggior

      C'è una Volontà che esce dal Tutto. Questo è l' Uno. Nel movimento diventa Due. Se il Due si Ferma diventa dinuovo Uno. Se il Movimento continua si risolve e diventa Tre. L'Altro non è altro che una cosa magari che ci manca e compensa. BUongiorno e Buona Domenica Odessa 1920 di Verona.

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  5. Passeggiare tra la gente, in campagna, lungo un fiume mentre la primavera sta fiorendo, l’erba che diventa sempre più verde, i germogli che si inumidiscono. La gente intorno sembra contemplare tutto questo, in una sorta di estasi stagionale. Tutto sembra vada per il verso giusto, i bambini giocano a palla, i pescatori attendono pazienti la prima carpa risvegliatosi dal torpore invernale.
     
    Sta qui tutta la vita? È per questo che merita di essere vissuta? Passo dopo passo, le nostre scarpe sulla rugiada, respiriamo leggeri e vediamo gli altri leggeri.
    Io vedo gli altri e gli altri vedono me in questa sorta di equilibrio apparente ma nessuno in verità sa di nessuno.
     
    Tu mi parli mentre le mie suole calpestano il sentiero io ti ascolto in silenzio mentre un passeggino con un neonato incrocia il mio sguardo. Io vedo ma non guardo e non so. Forse anche quella mamma vede ma non guarda e non sa.
    Ci ignoriamo. Credo sia questa la verità. E ne abbiamo paura.
    Per questo andiamo a passeggiare il sabato mattina lungo il fiume, solo per illuderci un po’.
     

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  6. Contro i sentimenti siamo disarmati, poiché esistono e basta - e sfuggono a qualunque censura. Possiamo rimproverarci un gesto, una frase, ma non un sentimento: su di esso non abbiamo alcun potere.
     
    Milan Kundera, “L’identità”

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  7. Oggi ho percorso a piedi una strada che di solito faccio in auto.
    Una strada come tante, di quelle da cui passo ogni giorno quasi senza farci caso. Prima, seconda, terza e via. Arancione, rosso, verde e via. Questa mattina però un passo dopo l’altro ho notato particolari mai visti: quel profumo di pane di quel forno, quel circolo con quegli anziani seduti a parlare di come va il mondo, quell’appartamento con un giardino che non sembra essere in città e quasi quasi mi comprerei, quel micio rosso alla finestra che mi ha strappato un sorriso...
     

    Sì, forse per ricucire una storia quasi persa bisognerebbe ripercorrerla a piedi.

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    1. carromaggior

      carromaggior

      Tante volte non viviamo, non siamo presenti come dire siamo distratti. Ecco lo stare presente ci porta a vivere meglio, siamo più calmi in quel momento etc. Grazie per la riflessione. Buongiorno e Buon Venerdì :D

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    2. scompaiomatorno

      scompaiomatorno

      quando guardiamo le cose con calma, un passo per volta, scopriamo sempre qualcosa di più

  8. Sento il tempo passare. Il fruscio, gli spifferi che svincolano e graffiano i vetri.
    Vedo quello che andato, avverto ciò che non ho ancora masticato. Rimugino il bel tempo goduto e il mal tempo sprecato.
    Rammarico per quel che non ho avuto.
    Ogni giorno ho qualcosa.
    Uno schiaffo, un regalo, una sorpresa.
    Ogni giorno percepisco di stare su un binario talvolta in discesa, troppo spesso in salita.
    Non oso più sognare.
    Preferisco vivere.

     

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    1. daliahnera

      daliahnera

      si dovrebbe sempre "vivere"

  9. La realtà intonava inni stonati.
    Maurilia, seduta sullo scalone di fianco all’entrata del ristorante cinese, aspettava con ansia che il temporale annunciato da siti, display dissimulati, tg e vecchi pietosi e latranti arrivasse senza troppi indugi.
    L’aria era scura, non nera, marrone, come se il temporale, di certo alle porte, fosse escrementizio, piuttosto che piovasco.
    L’umidità puzzava di latrina. Forse era l’odore di qualche toilette oppure la grande porcilaia fuori città produceva in overdose.
    La verità presunta dispensava liturgie, per via d’ogni segno d’attorno, come se la verità, appunto, fosse il casino di tutto l’intorno riempito da segni.
    E Maurilia a dirsi: e vivere? Non basta vivere? Non basta più?
    Amare: roba difficile. Forse inutile. E poi? Cosa c’è da fare ancora?
    Io non so dimostrare niente a nessuno. 
    Dunque, aspetto il temporale.

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    1. hocuradite

      hocuradite

      Un brano ( penso estratto da un racconto più lungo) molto bello per la sua intensità sospesa, realistica, decadente e per le sue note esistenziali. Anzi la prima metà dello scritto, forse per un rimando alla carnalità,  la considero addirittura erotica ( lo so, sono un tipo strano). Complimenti.

    2. odessa1920

      odessa1920

      In verità io non scrivo mai racconti lunghi, il "racconto" è proprio così. Grazie per l'apprezzamento

  10. Ma tu credi al ‘per sempre’? 
    Il ‘per sempre’ è come credere in Dio. Credo ad un certo modo di stare insieme, ad uno stato mentale a tempo indeterminato, ad un ‘per sempre’ virtuale che poi magari nella realtà non si rivela tale ma in quel momento la tua testa ed il tuo cuore non si pongono limiti temporali. E questa sensazione è già tanto per me.
     
     

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    1. ciribi72

      ciribi72

      che poesia

    2. beautifullmind0

      beautifullmind0

      Un testo assolutamente non scontato... 

      "People spend so much time
      Every single day
      Runnin' 'round all over town
      Givin' their forever away
      But no not me, I won't let my forever roam
      And now I hope I can find my forever home
      So give me your forever
      Please your forever
      Not a day less will do, from you."

  11. Ho bisogno dei tuoi infinitesimi dettagli che nessuno vede, di schegge veloci e affilate che possono pure uccidere, dei tuoi piccoli frammenti, di brandelli di pelle, di tasselli notturni da inserire nelle crepe della mia vita.
    Ma c’è qualcos’altro che non riesco a decifrare.
    Per altro intendo tutto ciò che esula dal desiderio di averti che poi è desiderio clandestino di mettere la mia orma nel tuo mondo.
    Ogni attimo è buono per desiderare e desiderarti e magari per come siamo, come ci viviamo va bene così, senza che sia necessario “altro”.
    Chi ha detto che una storia debba necessariamente aver bisogno di “altro”, quell’”altro” che ogni giorno ci assilla col fiato sul collo e ci impedisce di vedere le cose semplici per come sono.
     
     
     

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    1. ciribi72

      ciribi72

      sei eccezionale!

  12. Lei sapeva che la sua anima era stata una donna contro un muro per molto tempo, intenta a raccogliere le gocce d'acqua che scendevano da una fessura. Ricorda ancora quella sensazione - molto sensuale e fiera. E sa che da lì le vennero ristoro e forza nei tempi del cambiamento.
     
    In quel periodo imparò che quello che aveva fatto, subito, patito, non contava più niente. Fu in quei giorni che il passato passò e lei poté rinascere completamente. Lavata da quell'acqua ritornò a pensare alla vita come al primo mattino, come l'erba bambina all'inizio di marzo.

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    1. tacchialti94

      tacchialti94

      Sempre delicata e poetica ^_^

    2. ciribi72

      ciribi72

      bellissimo quel parco! in che zona è? 

  13. Pensò: ora vado a salutarla di nuovo. Poi subito si corresse: no, gli addii non si ripetono, la prima volta sono romantici, la seconda noiosi, la terza ridicoli o tragici.

    Stefano Benni, Di tutte le ricchezze 

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    1. nancy19821

      nancy19821

      Concordo!!!!

    2. chiaraoscura4
  14. Dove abiti?
    Sei di un altro mondo o ancora nel mio?
    Le parole che parliamo dicono che il linguaggio è comune.
    Ma come faccio a credere che siamo sulla stessa terra?
    Ma è davvero importante?
    Non basta sentire quello che dentro sentiamo?
    E non mi è difficile dare senso alle tue parole, ai tuoi urli, ai tuoi
    lamenti e alle tue uscite rabbiose.
    Tu non sei forse quello che sono stata io, e che sono ancora?
    Dove abiti?
    È forse soltanto per chiederti un appuntamento.
    Un luogo dove, di sfuggita, sfiorandoci, sappiamo l'essenziale l'uno dell'altro.
     
     
     

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    1. nuncepenza6

      nuncepenza6

      sempre delicatamente intensa

    2. altomororicco

      altomororicco

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  15. Dense macchie gialle in lontananza, luminose stelle in un cielo verde: le inarrestabili mimose, ogni anno hanno fretta di fiorire. Sono le prime. Impazienti. Se ne sbattono di eventuali gelate tardive. Ardita incoscienza. E neppure si accontentano di un colore anonimo. Loro hanno scelto il giallo.
    Consapevoli esibizioniste. Prime ballerine sul palcoscenico della primavera a venire. Sipario, sembrano dire, siamo arrivate prima delle rondini. E non sanno che tra pochi giorni qualcuno, credendosi gentile e nobile cavaliere, strapperà le loro esili fronde.

    L’acero davanti a me invece non dà alcun segno di vita, è completamente scheletrico. Come non sentisse i primi raggi di sole. Fa il sostenuto, l’indifferente, quello che se la tira con la sua aria un po’ dandy e manifesta con una sottile ostentazione la sua eleganza raffinata, come per dire, hei… ci sono anche io, non solo quelle smorfiose giallognole e malaticce. Anzi, esibisce con un certo freddo orgoglio con la sua spoglia chioma slanciata sopra tutte le altre e senza foglie: rami lisci, di un pallido grigio cenere che contrastano con il blu cobalto del cielo sullo sfondo. Lui rimane lì in attesa. Saggio. Prima di emettere la prima fioritura vuole essere sicuro di non fallire, è previdente ma sa distinguersi.
    Una gazza nel punto più alto mi osserva. Leggera, altezzosa e vezzosa. Albero ed uccello si assomigliano.

    L’olivo invece è quasi sempre uguale in ogni stagione: escluso a settembre, quando fruttifica. Fa della costanza la sua forza. Ha un suo stile e vuole mantenerlo. È un signore. Non rientra nei suoi modi sorprendere. Fa dell’essenzialità la sua forza. Ben attaccato al suolo con il suo tronco rastremato, solido e nodoso. La chioma compatta di un verde argento è impenetrabile. Tantissime foglie piccole e fitte.
    Un timido merlo come un lampo nero vi trova rifugio e sparisce dalla mia vista. Chissà cos’altro nasconde dentro. E questo gli dà un’aria ancora più misteriosa ed interessante. Ma non mi avvicino, lo guardo da qui, da lontano, altrimenti mi sfuggono le parole di mano.
     

    Ed io devo ancora capire quale albero sono.

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    1. theoldandthesea

      theoldandthesea

      in questa foto sembri un salice baciato dal tramonto :)

    2. londoncalling6

      londoncalling6

      anche io...

    3. beautifullmind0

      beautifullmind0

      io sono sicuramente un baobab :P

  16. Ivo s’ammantò, per decenni, del cromatismo smaltato di certi sogni che si fanno alle sette di sera, nella sala da tè, mentre intorno è profumo e bisbiglio e qualcuno, seduto di fronte, sorride.
    Ivo conobbe Jiro, giovane del kabuki, una notte che ambedue dormivano sotto cartoni mézzi d’umidità, a poca distanza l’un l’altro, dietro una palazzina verde di muffa. Ivo puzzava senza essere vecchio. Jiro fu gentile e passò la notte a parlargli.
    Negli anni, Jiro riuscì a darsi una posizione invidiabile. Guadagnò molti soldi, grazie alla cura che impiegava nel soddisfare i clienti. Il compito d’Ivo, d’allora, fu tenere in ordine casa e giardino e prenotare, ogni dì, alle sette di sera, quel tavolo per due alla sala da tè, per bere gyokuro.
    La notte, poi, Ivo faceva da femmina o maschio, a seconda di quel che, durante il giorno, Jiro aveva dovuto subire.

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  17. Dunque in quei giorni, una impazienza straordinaria dominava la mia vita. Niente di quello che facevo mi piaceva ossia mi sembrava degno di essere fatto; d'altra parte, non sapevo immaginare niente che potesse piacermi, ossia che potesse occuparmi in maniera durevole.

    A. Moravia, La noia

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  18. È più difficile scacciare dalla mente i momenti che una persona, anche se sembrano la stessa cosa. 

    Una persona se poi si dimostra insensibile o stronza si allontana ma i momenti no. 
    La doratura non è facile da grattare via, poi rimane sempre quella fastidiosa polvere tra le dita.
     
     

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  19. Le cose e le persone nel corso della nostra vita cambiano. Sembra che non muti nulla, che tutto sia cristallizzato intorno a noi ma in verità se proviamo a voltarci indietro notiamo che in uno, due, tre anni qualcosa intorno a noi è cambiato. Se si sente il peso insopportabile dello stallo questo peso non è ancora abbastanza affinché non si è indotti a darci un taglio. Non è affatto saggio lottare per un equilibrio artificioso, lottare con il disordine che si insinua dentro e fuori di noi senza posa di notte, di giorno, sotto la doccia, in mezzo al mare, durante un film che ci piace tanto... non è saggio.
    Poi ognuno vive come può. Non è da biasimare chi esplora il proibito, chi cerca emozioni fuori dalla propria realtà e chi non riesce ad abbandonare. I binari delle emozioni non sono sempre dritti e così chiari. La vita è fatta di meandri morti e piccole stazioni dismesse. Non solo di linee ad alta velocità
    .

     

     

     

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    1. scompaiomatorno

      scompaiomatorno

      bisognerebbe adeguarsi al mutamento, avere abbastanza elasticià per seguire la corrente senza perdersi in essa :)

    2. hocuradite

      hocuradite

      Saggie parole le tue.

      I cambiamenti anche se non si vedono procedono e sono inesorabili; come l'albero della cui crescita ci si accorge solo dopo. Lo stallo inaccettabile invece non si scioglie fino a quando non c'è il punto di rottura, fino a quando non è venuto a maturazione il cambiamento.

      PS: se riesco la prossima volta vorrei commentare una tua foto.

       

    3. chiaraoscura4

      chiaraoscura4

      amo alla follia!

  20. Forse ho bisogno di silenzio.
     

     

     

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    1. tacchialti94

      tacchialti94

      Bellissima fotO!

    2. chiaraoscura4

      chiaraoscura4

      mi sembra famigliare questo posto! dove hai scattato??

  21. Incontrai il vecchione un giorno che giravo per lavoro: tavolo d’un bar sulla statale, tra industrie fumanti, centri commerciali fitti come in Umbria le chiese e rivenditori ufficiali di robe, ammiccante brand per ciascuno.
    Lui andava, non sapeva dove perché non c’era mai stato: così, lo presi in auto con me. Aveva sempre vissuto a Trieste, disse, e il romanzo - il romanzo?! - lo aveva certo aiutato ma in un modo cui il buon Italo non aveva pensato. Sorrise. E io lo ascoltavo.
    Fumare non fumava più, da decenni; malgrado l’età, libertineggiava con le bisnipoti di Carla, amante defunta; capeggiava cellule terroriste contro ogni forma di psichiatria; l’apocalisse e la malattia erano superate e, di fatto, lui non si sentiva più nessuna coscienza, alla facciaccia del mondo.
    Mi salutò baciandomi sulla bocca, perdio! Lasciò il biglietto da visita sul cruscotto.
    Si chiamava Zeno Cosini.

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  22. «Ma allora, cos’è che ti conforta?» «La certezza della mia libertà interiore, » disse lui dopo aver riflettuto « questo bene prezioso, inalterabile, e che dipende solo da me perdere o conservare. La convinzione che le passioni spinte al parossismo come capita ora finiscano poi per placarsi. Che tutto ciò che ha un inizio avrà una fine. In poche parole, che le catastrofi passano e che bisogna cercare di non andarsene prima di loro, ecco tutto. Perciò prima di tutto vivere: Primum vivere. Giorno per giorno. Resistere, attendere, sperare». Irène 
     
    Némirovsky, “Suite francese”

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  23. Dedica su Purity di J. Franzen che restituirò a M. se lo rivedrò:
    Ricordo di aver visto la costola bianca della copertina incuneata (questo termine non mi è nuovo… da un po’ mi gira in testa) nella tua libreria. Ho estratto il libro, delicatamente. Non mi piacciono i libri dalla copertina rigida. Tu avevi smesso di leggerlo comunque. Mi avevi parlato per la prima volta di Franzen mentre ero a Torino, io avevo appena finito La noia di Moravia, la storia  di Dino e Cecilia.  La noia non ha un felice epilogo: Cecilia parte per Ponza con un altro uomo e Dino si schianta con l’auto contro un platano. Non muore però, eh… ma non voglio divagare. Torno a Purity, tu ti eri scocciato e avevi smesso di leggerlo. In mezzo c’era una scheda punti della Conad (incompleta), come segnalibro (eri arrivato a poco meno di metà). Di solito si scrive la dedica su un libro che si regala, questo non so da dove sia uscito, magari ti è stato davvero regalato da una tua ex ma non mi interessa, me ne approprio io. In fondo pure io lo sono adesso (una ex, intendo). Quando stavamo insieme non riuscivo a leggere, tenevo il libro sul comodino come una forma di pegno tra noi, mi sembrava un blocco di granito, 500 pagine di sasso, quasi non riuscivo ad alzarlo la sera prima di dormire, dopo invece l’ho finito in un fiato, come per liberarmene e per dire a me stessa che ero anche capace di leggere. Questo è cambiato, adesso sono capace di leggere. Qui l’epilogo è positivo però in qualche modo: Pip e Jason si ritrovano dopo tanto tempo e iniziano a praticare il tennis. All’inizio lei è più brava di lui, fanno scambi brevi, istantanei… poi lui lentamente migliora, gli scambi si fanno sempre più complessi e lunghi, pure i ruoli si scambiano, prima attacca lei, lui si difende e viceversa, sottorete lui, fondo campo lei e viceversa. Iniziano a conoscere e a sondare le rispettive reazioni: attesa, rabbia, stress, stanchezza, entusiasmo, voglia di rivincita, sopportazione della sconfitta senza toccarsi, ognuno sta nella propria metà campo e la palla che ogni volta lei e lui rilanciano oltre la rete con sempre maggiore scioltezza fa da tramite. E mentre migliorano nel gioco del tennis pian piano si innamorano, quasi senza toccarsi, appunto. Questa storia di amore e tennis mi è piaciuta molto. Una delle poche cose che mi sono rimaste di questo libro. Oltre all’attimo in cui l’ho estratto dalla tua libreria, incuneato e pesante come un blocco di granito.
    Tornando a noi, è stato quasi tutto bello, epilogo escluso.
     

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  24. - Sai... passo la vita ad essere credibile ... e tu?
    - Chi io?
    - Sì tu!
    - Io la passo ad essere incredibile!

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  25. Dopo una notte senza sogni mi svegliai in una camera a me sconosciuta. Una camera né accogliente, né ostile. Una camera completamente vuota e disadorna, senza finestre né porte ma bianca e illuminata come avesse tante finestre e tante porte. Solo il letto in mezzo, il ritmico riverbero del mio respiro e la sistole e la diastole del mio cuore.
    Tra coperte e lenzuola di lino anch’esse bianche e leggere per un attimo ebbi il sospetto di trovarmi in un ospedale ma mi sentivo in ottima forma e non avvertivo intorno a me quell’odore di lisoformio tipico degli ospedali. E poi gli ospedali non hanno lenzuola di lino. Nessun odore. Tutt’intorno un’asetticità inespugnabile, rilassante e senza tempo.
    E sulle pareti erano fissati una infinità di chiodi. Chiodi di acciaio, bronzo, rame, ottone di ogni foggia e funzione. Chiodi da falegname, carpentiere, tappezziere, alpinista, calzolaio, maniscalco. Chiodi piantati qua e là senza un ordine apparente, senza una parvenza di senso pratico o di utilità. Chiodi senza quadri, senza nulla che vi fosse appeso.
    Pensai allora a quei giochi che quando ero piccola mi piaceva fare sulla Settimana Enigmistica, tipo “Unisci i punti e scopri” ma almeno quei punti lì erano numerati, c’era un ordine chiaro e ben definito da seguire, qui invece non riuscivo a scorgere nessun codice che mi svelasse il disegno celato dietro al caos di quei chiodi. Quindi mi convinsi che ipotizzare l’esistenza di un disegno fosse pura follia.
    Fu così che scoprii il puro e inscindibile senso estetico del chiodo, dimenticando improvvisamente tutto ciò che vi si può appendere o ciò che vi è stato appeso.

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